U ‘ncaudarott: il carnevale sanlorenzano come lo ricordo io

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L’abito di una tradizione consegna a chi lo indossa la misura della propria identità, che accompagna ciascuno lungo il percorso della propria vita. Esso è come un marchio che segna la pelle. In un personale ricordo, gettando lo sguardo sul costume in cui sono cresciuto, affiorano delle nostalgiche memorie che sembrano dipingere su tela il profumo originario del mio borgo natio, incastonato fra i monti del Pollino, il quale gli si avvolge attorno quasi a protezione delle antiche tradizioni lì custodite. E del mio borgo natale, la nascosta San Lorenzo Bellizzi, un recipiente di usanze arroccato sui monti della Calabria Citra, voglio richiamare fra le tante tradizioni, una in particolare, che dà un tocco proprio ad una festa ampiamente diffusa e radicata, ma che a dispetto del suo solito avere gioco a dissolvere l’identità, a San Lorenzo, nel medesimo tempo, contribuisce a costruirla: il carnevale.

Il carnevale sanlorenzano, a differenza di quelli più famosi dispersi in una moltitudine di maschere, tutte a rappresentare la burla, lo sberleffo contro i ticchi e potenti “di un tempo”, i quali concedevano al popolo un periodo di festeggiamenti in maschera prima del digiuno quaresimale, culmina i suoi riti in una misteriosa figura che ne dominava la scena. Nascondendo l’identità si poteva così prendere in giro i cosi-detti nobili e potenti e si configurava una valvola di sfogo di sorta, in vista dei tanti digiuni. U ‘ncaudarott, l’ho vissuto più come maschera propiziatoria, per una vita migliore, senza controparte; forse perché di ricchi e potenti non c’è n’erano molti nel nostro paesino.

Il significato etimologico de “u ‘ncaudarott” non lo conosco. Ricordo però che da bambino, nella mia curiosa fantasia, pensavo fosse una persona con qualche problema fisico, per il solo fatto che venisse portato in groppa al mulo e che il festeggiare in quel modo, era credenza che lo aiutasse a guarire.

Provo a raccontare ciò che ricordo: tenuto conto che il carnevale ricade nel periodo in cui si ricominciano, dopo l’inverno, i lavori campestri, (la potatura delle vigne, degli ulivi, ecc) e giacché la persona designata a fare “u ‘ncaudarott” era quasi sempre qualcuno di ricurvo nei campi nonché molte volte anche ignaro della sua elezione, va da sé che bisognava organizzare il tutto con molta discrezione. Occorreva trovare in prima battuta un mulo docile, capace di esser montato; poi ci si procurava una “cappa” di quelle grandi,(mantello nero in uso per coprirsi d’inverno) con un cappello altrettanto statuario, un poco di nero fumo da poter tingere il viso, e infine ma non di minor rilievo, un suonatore di organetto e tamburello. Quando tutto era pronto, si andava verso il podere dove si trovava il prescelto e lo si convinceva a fare “u ‘ncaudarott”. Quindi questo, lasciati gli attrezzi da lavoro, si vestiva da ‘ncaudarott, tale da non essere riconosciuto, e inforcando a cavalcioni il mulo partiva per raggiungere il paese. Lungo il tratto di via fino alle porte del paese, avanzava con lui un turbe silenzioso, che non appena raggiunte le prime case, esplodeva nei musicanti che incominciavano a suonare allegramente; a quel punto la compagnia si gonfiava in un crescendo.

Tutti i giovani partecipavano con grande energia e molti di essi si mascheravano estemporaneamente con qualsiasi vestito potesse nasconderne l’identità. Ne ricordo alcuni in abiti di “piligna”(indumenti di pelle di capra) e con campane legate ai fianchi, a voler rappresentare il mondo della pastorizia, o altri ancora travestiti da donna o da sposa; ma fra tutte, la maschera più importante era u ‘ncaudarott, che guidava il corteo rimanendo sempre a cavallo e ben coperto dalla “cappa”, attento a non svelare il proprio volto. Mentre la sfilata del carnevale marciava lungo le vie del paese suonando e ballando, le famiglie offrivano vino e sopressata, in quanto offrire vino e cibo a “u’ncaudarott” era un gesto non solo di generosità, ma anche un augurio di buona annata, in tutti i sensi. Quando u’ncaudarrott passava davanti la propria casa, celando l’identità ai familiari e il suo ruolo da capo famiglia, approfittava della maschera per mettere alla prova lo spirito d’ospitalità di quest’ultimi, la condotta e la generosità  dinanzi al prossimo, istituendo a loro insaputa una vera e propria indagine psicologica e morale. La maschera allora diventava l’espediente dello smascheramento.

Un’altra, emblematica scena del carnevale sanlorenzano era la preparazione di alcuni pupazzi a misura d’uomo, fatti di paglia e vestiti con indumenti laceri, dissacranti e goliardici rappresentanti della povertà. Gli stessi, venivano portati la sera tardi davanti alle porte di alcuni malcapitati a cui si voleva indirizzare lo scherzo, e si sceglievano quasi sempre tra quelli più “benestanti”; allorché lo si appoggiava proprio contro la porta d’ingresso, non appena questi l’avrebbero aperta, il pupazzo si sarebbe ribaltato completamente dentro casa, spaventandoli. Questo a ricordar loro che dietro ad ogni ricchezza c’è sempre una parte di povertà.

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