Problemi esistenziali

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Premessa

Il seguente esperimento creativo rappresenta nel suo insieme la forza dell’unione, ed attraverso questa unione di forze si è voluto, seppur in minima parte, esprimere al meglio un preciso e discutibile quadro esistenziale.

Chiamare in causa, tra le prime righe, il celebre proverbio “L’unione fa la forza” non risulta di sicuro essere una casualità, in quanto quest’ultimo viene nella maggior parte dei casi utilizzato per enfatizzare la potenza incisiva che nasce allorquando un gruppo di persone dotate di diversi talenti, con-corrono uniti per il raggiungimento di un determinato scopo. In virtù di tale consapevolezza risulta quindi doveroso sottolineare che nel processo di elaborazione di questo documento è sbocciata una peculiare forma comunicativa che altro non è che il frutto di un’armoniosa cooperazione.  Lo sforzo e la vocazione di tutti i soggetti cooperanti hanno infatti trovato uno spazio in questa dimensione dando vita ad una simpatica azione creativa che ospita diverse delle principali forme artistiche intrinseche al genere umano; come la poesia, la musica, la pittura ed il teatro.

In occasione e mediante questo convivio artistico l’associazione Angolo D’Incidenza si rivela nelle vesti più nitide, ovvero quelle in cui emergono gli elementi essenziali di una dimensione che con tutta certezza può essere comparata a quella di un campo sconfinato in cui incessantemente si partoriscono semi nutrienti, che attraverso l’arte della collaborazione, trovano sempre un’area fertile in cui darsi vita

Elaborato

Cerchiamo di immaginare una stanza vuota e al centro di questa stanza immaginiamoci seduto compostamente su una sedia di paglia intrecciata, un tipico “Contadino calabrese”. L’uomo indossa dei semplici pantaloni di velluto, una camicia di lana, delle scarpe in pelle, un bel borsalino in testa, e fissandoci dritto con uno sguardo imperturbabile stringe tra le mani un classico bastone di legno; alle sue spalle in piedi, emerge invece un inconsueto “Filosofo” che con una postura danzante tiene gelosamente tra le mani un libro con cui è orientato a consultarsi; infine accovacciata sul pavimento ed animatamente smarrita nel suo cellulare immaginiamoci una giovane “Post-Millennial” che a sua volta sembra consultarsi profondamente con il suo aggeggio.

A primo impatto, dalla costruzione della scena sembrerebbe che soltanto l’anziano contadino riesca a cogliere la nostra attenzione, ma in realtà non vi è ragione per cui esso debba cogliere la nostra attenzione, di sicuro non siamo noi i protagonisti all’interno di questa stanza, ma diversamente, nei prossimi minuti, forse ci limiteremo semplicemente ad osservare dall’esterno lo sviluppo di tale scenario. Il contadino non può notarci perché si trova all’interno di una ipotetica stanza vuota, su un ipotetico palcoscenico della nostra ipotetica esistenza e noi ci troviamo semplicemente nell’osservatorio di un ipotetico teatro.

A dire il vero però, questa nostra apparentemente scomoda posizione non deve del tutto rammaricarci, in quanto non risulterebbe scomoda se solo avessimo il coraggio di trasformarla in qualcosa di più grande di ciò che sembra essere. Per intenderci meglio: noi non siamo i protagonisti di questa ipotetica opera teatrale, ma ciò non ci vieta di essere gli autori, gli ideatori. Cosa ci potrebbe ostacolare se avessimo l’intenzione di vestire, anche solo per un giorno, l’abito di un drammaturgo? Perché non possiamo essere noi i drammaturghi di questo spettacolo di cui abbiamo già sommariamente definito i personaggi? Perché non possiamo avere noi la facoltà di scegliere come e dove indirizzare il contenuto dello stesso spettacolo? Perché non ci assumiamo la nobile missione di spronare i nostri attori sul palcoscenico? In fondo l’ingrediente principale di cui abbiamo bisogno per addentrarci in questa avventura è solo un pizzico di creatività, e quella di sicuro non manca.

Per ciò che concerne la parte tecnica invece, per adesso la salteremo e ci accontenteremo di dar voce alla nostra creatività sulla base di pochi elementi. Avendo descritto in modo molto riduttivo i nostri tre personaggi, per raggiungere dignitosamente la nostra ambizione, sarà di vitale importanza fissare dei punti cardinali, o almeno, degli spunti di riflessione sui cui costruire il seguito della nostra trama. Decidiamo quindi di basare lo sviluppo del nostro racconto su quattro informazioni principali:

  1. i tre personaggi non si conoscono ed è la prima volta che si incontrano
  2. i tre personaggi si trovano inaspettatamente costretti a condividere lo stesso spazio
  3. i tre personaggi hanno un fervente bisogno di esprimere i propri problemi esistenziali
  4. i tre personaggi parlano, ma forse non si capiscono

Naturalmente le quattro informazioni sopra elencate non risultano per niente esaustive al raggiungimento del nostro obiettivo. Se ci facessimo prendere dal panico dovremmo anzitutto definire una struttura coerente del racconto, dar forma ad un delineato approccio dialettico, costruire una solida premessa, ridefinire meglio i personaggi, scegliere l’antagonista, creare un conflitto. L’arte della scrittura drammaturgica non è sicuramente cosi semplice, e potrebbe essere anche offensivo ridurla ad un mero gioco. Forse dovremmo prima consultare la Poetica di Aristotele, leggere qualche tragedia di Eschilo, una commedia di Aristofane, o almeno leggere Shakespeare. Oppure, al contrario, potremmo avventarci lo stesso in questa avventura, e farlo senza l’aiuto di alcuna struttura tecnica, ma attingendo soltanto all’inesauribile pozzo della nostra creatività, seguendo il nostro puro istinto e lasciandoci guidare soltanto dalla bussola dell’interrogativo

Se una domanda può porsi, può anche aver risposta” diceva Ludwig Wittgenstein. Seguendo soltanto il primo passo dell’ autorevole filosofo austriaco, quest’oggi non ci inoltreremo a trovare le risposte, ma prima di tutto ci focalizzeremo nel partorire le giuste domande affinché in un secondo momento, magari un altro giorno, attraverso una accurata ricerca delle risposte, avremo modo di dare davvero forma e contenuto alla nostra nobile missione.

Di conseguenza, riassumendo le informazioni che daranno vita al nostro parto, possiamo riaffermare di trovarci dinanzi ad un vecchio contadino calabrese, un filosofo ed una post-millennial. I nostri tre personaggi sono rinchiusi in una stanza vuota, si incontrano per la prima volta, non si conoscono, non si capiscono e l’unica dettaglio in risalto risulta essere la presenza dei loro problemi e il loro bisogno di condividerli.

A questo punto non ci resta che iniziare il nostro travaglio di parto e formulare una serie di interrogativi:

Se i nostri tre personaggi, antropologicamente cosi diversi, si trovassero davvero rinchiusi in una stanza vuota, quale piega prenderebbe il loro contenuto dialettico? Cioè in quale forma pittoresca s’incarnerebbe il loro disagio? Sarebbe disposto il Filosofo a condividere le sue incontenibili domande esistenziali con la consapevolezza di non essere compreso? Sarebbe forse capace di adattare il suo linguaggio ai suoi nuovi interlocutori? Avrebbe modo di condensare loro una definizione del concetto di metafisica? Ed il Contadino, fedele alla sua lingua vernacolare, sarebbe motivato a condividere le sue testimonianze con la consapevolezza di non essere ascoltato? Sarebbe spinto dalla circostanza ad inoltrarsi in uno dei suoi instancabili racconti? Infine come si comporterebbe la nostra giovane Post-Millennial? Cosa proverebbe dinanzi a dei buffi sconosciuti che non appartengono al suo mondo? Avrebbe almeno la curiosità di discorrere con le diverse controparti? Riuscirebbe, per farsi comprendere, a fare a meno di esprimersi attraverso i suoi neologismi o attraverso i suoi anglicismi?

Non si illuda alla grandigia
il trionfo oratore.
Persino i sovrani,
nei propri reami,
ne sono ad un tempo,
prigionieri.
Chiunque pensi
di padroneggiare il verbo,
ne é già da sempre schiavo.

Leonardo Pricoli

Sembra che l’ostacolo più grande è proprio la lingua!! eppure i nostri personaggi sono tutti di nazionalità italiana. Come fa ad essere un ostacolo la lingua se sono tutti degli essere umani e addirittura appartengono alla stessa cultura e masticano lo stesso alfabeto? Non dovrebbe il linguaggio incarnare la sua fondamentale forma di mediazione, non dovrebbe comunque garantire la trasmissione di contenuto da un individuo all’altro? Se in questa determinata situazione dovesse esistere davvero un ostacolo, allora quale sarebbe e soprattutto perché esisterebbe? Ovvero perché il contadino avrebbe difficoltà a comprendere il filosofo? Perché il filosofo non comprenderebbe il linguaggio del contadino? Perché entrambi non comprenderebbero la neo-lingua della giovane post-millennial? E perché la fanciulla non avrebbe modo di comprendere i suoi interlocutori?

Non sarà molto facile trovare risposte esaustive a queste ultime domande, ma forse sarà utile riflettere sui singoli personaggi formulando ulteriori interrogativi e chiedendoci cosa rappresenta davvero un vecchio contadino, quali sono i simboli che gli possiamo assegnare? Cosa rappresenta un filosofo? In nome di quale bandiera esercita la sua professione? E cosa dire invece di una giovane post-millennial? Quali sono le caratteristiche che la differenziano dagli altri?

Nella ricerca delle risposte a queste ultime domande, considerando che non abbiamo ancora dato un nome ai nostri personaggi, considerando che non abbiamo stabilito in loro dei precisi tratti di personalità, non abbiamo ancora definito la loro identità, la loro storia ed i loro costumi, possiamo temporaneamente limitarci a sviluppare delle particolari etichette linguistiche, ovvero possiamo principalmente stimolare la nostra fantasia sulla base del loro stereotipo. Ma in realtà che cos’è uno stereotipo?

Walter Lippmann, giornalista e politologo statunitense, nel suo famoso volume “L’ opinione pubblica” sottolinea addirittura l’importanza e la forza di queste diffuse preconcezioni che definisce vere e proprie “immagini della realtà che nascono incessantemente nella nostra mente e determinano in modo rilevante la nostra percezione del mondo, delle persone e degli eventi.” Secondo alcuni studi pubblicati dallo psicologo Daniel Katz insieme a W. Braly (Racial prejudice and racial stereotypes – 1935), lo stereotipo viene invece inteso come una “solida impressione che si adatta molto poco alla realtà e che in maniera apparente presume di rappresentare, in quanto esso è il risultato della nostra tendenza a definire qualcuno o qualcosa prima di osservare.” Basandoci su quest’ultima definizione di stereotipo e accettandola come massima, potremmo definire lo stereotipo come una vera e propria credenza della nostra mente, e siccome il verbo credere condivide con il verbo creare la stessa radice sanscrita kar che significa fare, – infatti, sempre in sanscrito, kar-tr  è  il creatore cioè “colui che fa dal nulla” – e siccome siamo appena caduti, magari intenzionalmente nel vortice dello stereotipo, allora potremmo quasi essere legittimati a dare ancora una volta spazio al nostro istinto creativo cercando di rappresentare i nostri personaggi attraverso specifiche e particolari forme, simboli ed associazioni che risiedono nella nostra meravigliosa mente.

Adesso il nostro obiettivo è la formulazione di un qualsiasi contenuto linguistico da poter associare alle nostre tre diverse categorie sociali rappresentate a loro volta dai nostri tre personaggi. Naturalmente siamo ben consapevoli che ogni etichetta linguistica, ogni stereotipo usato per categorizzare persone, eventi e cose sono in realtà fittizi ed inopportuni e per tale ragione infatti cercheremo di indirizzare lo sviluppo delle nostre associazioni verso strade inconsuete che non terranno del tutto conto degli aspetti di natura empirica dei nostri personaggi. Sembrerebbe quindi che le nostre riflessioni non saranno fondate su una lettura in chiave sociologica oppure antropologica, e neppure in chiave psicologica, ma diversamente, dando voce ancora una volta alla nostra creatività, ci limiteremo:

  1. ad ornare i nostri attori con un costume qualificato;
  2. a collocare la loro immagine in un preciso contesto storico di appartenenza;
  3. ed infine faremo in modo di scoprire alcune delle loro caratteristiche di natura esistenziale.

Costume qualificato

Per iniziare immaginiamo di essere, oltre che al drammaturgo, anche il costumista di questo teatro. Per intenderci noi abbiamo la facoltà di scegliere lo stile, i tessuti e i colori dell’abito da far indossare ai nostri personaggi, con la consapevolezza, anche se errata, che l’abito determinerà il nostro monaco. Non sarebbe davvero una gran opportunità per dar voce alla nostra singola interpretazione di questo scenario?

Bene! allora iniziamo ad indossare al nostro vecchio contadino l’abito “dell’essenzialità”, lui può rappresentare in maniera sublime la “materia fisica”, la parte “tangibile” delle cose e degli effetti. Sappiamo tutti che un uomo che coltiva la terra è capace di distinguere l’essenziale dal superfluo, che un agricoltore dà valore alla materia che nutre il corpo ed è abile nel preservarla, e che naturalmente soltanto lui è capace di padroneggiare la stessa materia tangibile che svolge tale funzione. Un contadino ha i suoi riti e non dimentica mai di annaffiare il suo orto, è tradizionalista e difficilmente si sofferma a investigare le diverse periferie del principium indivituationis se allo stesso tempo deve portare a termine la transumanza per evitare che il suo gregge, disposto a saziare la sua fame e quella dei suoi cari, possa avere carenza di cibo. 

Il nostro filosofo invece può indossare in maniera calzante la tonaca “dell’essenza” e rappresentare tutto ciò che è ”meta-fisico”, la parte “intangibile” delle cose e degli effetti. E’ fin troppo evidente che il suo ruolo è quello di ricercare nei fondali dell’oceano della conoscenza il significato profondo di un determinato referente linguistico che “nel miglior dei casi” senza lo sforzo del filosofo, verrebbe percepito vacuamente attraverso una meccanica codificazione del suo significante.

Infine quale vestito indossare al post-millennial? Cosa ne pensate se gli indossiamo le vesti “del superfluo”? Nel vero senso della parola può rappresentare tutto ciò che “scorre sopra”, tutto ciò che eccede; ovvero la “materia liquida” presente in ogni corpo e che necessita di traboccare, la parte “incomprimibile” delle cose e degli effetti. Purtroppo non possiamo negare che un cosiddetto Post-Millennial è spinto a non avere nessun interesse ad imparare a nuotare nel noioso oceano del Filosofo e forse neppure tanto a camminare affianco al Contadino nella sua faticosa transumanza.

Di conseguenza se i nostri attori, prima di salire sul palcoscenico, dovessero accettare la sfida di indossare questi inopinabili abiti, significherebbe dovere accettare anche l’ordine e la forma che gli abbiamo appena assegnato. In sintesi e concordandoci con l’ordine dettato dal significato intrinseco al vestiario assegnato ai nostri tre personaggi possiamo riaffermare che:

  1. Il filosofo rappresenta L’ESSENZA, ovvero la SOSTANZA, “ciò che sta sotto”
  2. Il contadino rappresenta L’ESSENZIALE, ovvero la FORMA, “ciò che sta sopra”
  3. Il post-millennial rappresenta IL SUPERFLUO, ovvero la SUPERFICIE, “ciò che scorre sopra”

In altri termini, per specificare al meglio il costume qualificato dei nostri personaggi possiamo dire che:

  1. Il filosofo rappresenta il seme del frutto
  2. Il contadino rappresenta il frutto
  3. E il post-millennial rappresenta la buccia del frutto

Contesto storico di appartenenza

Per un attimo chiudiamo gli occhi, ed immaginiamo di essere, oltre che il drammaturgo ed oltre che il costumista anche il truccatore di questo teatro. Nei versi a seguire abbiamo quindi la facoltà di accentuare con determinazione i tratti somatici dei nostri personaggi, siamo decisamente legittimati a marcare i loro volti al fine di collocarli attraverso un po’ di congegno in un preciso contesto storico di appartenenza. Naturalmente è inutile specificare che invece di utilizzare ordinari cosmetici, gli interventi effettuati sui nostri attori saranno ancora una volta contrassegnati dal nostro slancio creativo e forse anche da qualche testo di scuola.

Facendoci quindi guidare dal nostro istinto possiamo collocare il Contadino nel contesto della Rivoluzione Agricola. È un bel salto e per riuscirci dobbiamo tornare indietro di 12 mila anni. La Rivoluzione agricola è il simbolo della domesticazione della piante e degli animali, custodisce in sé la nascita dei primi villaggi estesi, dei primi insediamenti permanenti, rappresenta l’incremento delle provviste di cibo e di conseguenza anche l’inizio della crescita demografica. In questo determinato contesto storico l’uomo inizia a dedicare il suo tempo e le sue abilità a manipolare la natura; il genere umano inizia a modellare con destrezza la materia che lo circonda. Credo che siamo tutti d’accordo che il nostro personaggio si troverebbe del tutto a suo agio in questo contesto. La Rivoluzione Agricola può rappresentare perfettamente il suo habitat e per fortuna sembra che non abbiamo neanche bisogno di giustificare la nostra scelta.

Spostandoci ora sul piano della nostra ragione e focalizzandoci con maggiore impegno sulla figura del Filosofo, a primo acchito sembrerebbe abbastanza logico collocarlo nel contesto storico riconosciuto come “Il periodo assiale”, ovvero il periodo compreso tra l’800 a.C. e il 200 a.C., periodo denominato e descritto dal filosofo Karl Jaspers nella sua opera Vom Ursprung und Ziel der Geschichte, in cui lo stesso filosofo tedesco, come si avrà modo di leggere nei versi a seguire, descrive accuratamente il fermento che si innescò parallelamente in diverse aree geografiche del mondo come in Grecia, in India, in Iran fino ad arrivare alla Cina.

«In questo periodo si concentrano i fatti più straordinari. In Cina vissero Confucio e Lǎozǐ, sorsero tutte le tendenze della filosofia cinese, meditarono Mòzǐ, Zhuāng Zǐ, Lìe Yǔkòu e innumerevoli altri. In India apparvero le Upaniṣad, visse Buddha e, come in Cina, si esplorarono tutte le possibilità filosofiche fino allo scetticismo e al materialismo, alla sofistica e al nihilismo. In Iran Zarathustra propagò l’eccitante visione del mondo come lotta fra bene e male. In Palestina fecero la loro apparizione i profeti, da Elia a Isaia e Geremia, fino a Deutero-Isaia. La Grecia vide Omero, i filosofi Parmenide, Eraclito e Platone, i poeti tragici, Tucidide e Archimede. Tutto ciò che tali nomi implicano prese forma in pochi secoli quasi contemporaneamente in Cina, in India e nell’Occidente, senza che alcuna di queste regioni sapesse delle altre.»

Karl Jaspers – Origine e senso della storia

In realtà la scelta della collocazione del nostro filosofo risulta essere una delle più ambigue e di sicuro la fretta non può aiutarci. È una grossa responsabilità trovargli una dimora ed, in questo caso, esser anche capaci di giustificare la nostra scelta. Il filosofo potrebbe addirittura uscire fuori dalla dimensione del tempo, potrebbe vendicare di non essere misurabile, di non essere contenuto all’interno di un contesto storico, potrebbe voler riscattare il suo ruolo di supervisore è opporre resistenza al truccatore. Eppure sarebbe abbastanza semplice e del tutto comprensibile confermare la sua collocazione nel Periodo Assiale ove gli uomini erano già padroni della scrittura, inventori della moneta, ove addirittura era già radicato nella coscienza collettiva la concezione di una dimensione trascendente. Allo stesso modo non credo che il nostro Filosofo si offenderebbe se lo collocassimo nel bel mezzo della Rivoluzione Scientifica, al contrario potrebbe esserne fiero e lasciarsi truccare in nome di Copernico, di Galileo, di Bacone, di Newton e di Cartesio. La Rivoluzione scientifica fu fonte di ispirazione anche per i principali esponenti che diedero vita all’Età dei Lumi. Il nostro filosofo potrebbe addirittura sventolare entrambe le bandiere e salire sul palcoscenico felice di appartenere al contesto storico che riaffermò esplicitamente di ammettere la propria ignoranza. Potrebbe essere fiero di appartenere ai tempi in cui si intensificò il bisogno del superamento dell’ignoranza intrinseca agli uomini, la stessa ignoranza che ha spinto gli uomini ad una ininterrotta ricerca dell’ignoto, ad un inarrestabile istinto alla creazione di teorie da cui vi sono ramificati infiniti approcci e metodi che hanno gettato le basi ad una immensa acquisizione di capacità e sviluppo di nuove tecnologie.

Se il filosofo dovesse accettare uno dei due contesti storici sopra elencati (Periodo assiale o Rivoluzione scientifica) potremmo davvero rasserenarci ed infine collocare il “Post” Millennial nel suo fedele contesto storico di appartenenza, evidentemente connaturato alla sua stessa etichetta linguistica che determina già un preciso periodo storico. Per chi non lo sapesse con il cosiddetto termine “Post-Millennial” o “Generazione Z” si identifica la generazione generalmente nata negli anni che vanno dal 1996 fino all’anno 2010, e per tale ragione se decidiamo di collocare la fanciulla nel suo relativo contesto storico di appartenenza non dobbiamo neanche giustificare la nostra scelta. Inoltre, se cosi in definitiva fosse, l’ordine delle associazioni di carattere storico sarebbe del tutto fedele alla prospettiva anagrafica dei nostri tre personaggi. Ovvero:

  1. il Contadino essendo il più anziano naturalmente si collocherà nel periodo storico della Rivoluzione agricola – 12 mila anni fa
  2. il Filosofo essendo una persona adulta si collocherà in mezzo accettando magari il periodo della Rivoluzione scientifica – circa 500 anni fa
  3. il Post- Millennial, invece, essendo la più giovane naturalmente si collocherà nel periodo che da luce al terzo millennio

L’ordine definitivo del nostro ragionamento, non sarebbe però del tutto coerente con l’ordine delle relative caratteristiche dei loro costumi qualitativi che abbiamo in precedenza assegnato ai nostri personaggi. Ossia abbiamo già stabilito che il filosofo indossa la tonaca dell’ESSENZA, il contadino indossa l’abito dell’ESSENZIALE, ed il post-millennial indossa le vesti del SUPERFLUO e di conseguenza anche nel contesto storico di appartenenza dovremmo cercare di mantenere lo stesso ordine. Non possiamo negare che apparentemente viene prima il SEME, poi il FRUTTO ed infine la BUCCIA.

Per evitare quindi di decostruire il tutto e ricominciare dal principio non ci resta che scambiare di posto il Contadino con il Filosofo mantenendo invariato il Post-millennial. Se però decidessimo di fare davvero questo banale scambio, ci ritroveremmo di conseguenza erroneamente dinanzi a questo ordine:

  1. Filosofo: Rivoluzione scientifica – circa 500 anni fa
  2. Contadino: Rivoluzione agricola – 12 mila anni fa
  3. Post- Millennial: terzo millennio

Affinché questo nostro espediente può reggere in piedi dobbiamo quindi effettuare un ulteriore modifica al fine di sistemare definitivamente il nostro ciclopico artificio retorico.

In primis, essendoci un problema di natura temporale, è esplicito che non possiamo più collocare il Filosofo nel periodo storico a lui già associato, almeno che non decidiamo di collocare il Contadino in un periodo storico che vada dall’anno 1543 e non oltre al 1996. Considerando quest’ultima un’ambizione troppo grande decidiamo di mantenere invariata la collocazione del vecchio e di mantenere anche in gioco la Rivoluzione scientifica associandola alla nostra giovane Post-millennial e giustificando tale scelta successivamente. Infine per risolvere la nostra difficoltà prendiamo lucidamente posizione nel collocare il nostro filosofo all’interno del periodo storico che possiamo definire il “seme della storia umana”, ovvero: la Rivoluzione cognitiva.

La Rivoluzione cognitiva, che risale a circa 70 mila anni fa è la fase storica che può rappresentare la vera e propria nascita dell’uomo. Questo periodo assistette allo sviluppo dell’animale sociale, all’invenzione delle prime imbarcazioni, delle prime lampade, dei primi utensili e delle prime forme d’arte. Inoltre questa fase è simboleggiata dall’avvento delle prime forme di pensiero complesso; vi è l’apparsa di un vero e proprio pensiero simbolico; vi è lo sviluppo di un linguaggio sofisticato e delle prime elaborazione di concetti astratti; e soprattutto è il periodo storico rappresentato dalla nascita e la consolidazione dell’inarrestabile “impulso interrogativo” che alberga gli esseri umani.

Pertanto se è vero che “La filosofia si manifesta come una perpetua indagine critica che investiga sui diversi interrogativi che l’uomo costantemente sviluppa in relazione a se stesso e alla realtà che lo circonda”, allora possiamo sentirci del tutto legittimati a collocare il Filosofo nel periodo storico che risale alla Rivoluzione cognitiva.

Per chiudere finalmente il cerchio non ci resta che giustificare la scelta di aver collocato la figura del “Post” Millennial nel contesto della Rivoluzione scientifica per poi passare agli aspetti di natura esistenziale dei nostri personaggi.

In primo luogo bisogna sottolineare che tra i due diversi periodi storici assegnati precedentemente al Filosofo non avremmo assolutamente potuto collocare la nostra fanciulla nel “Periodo assiale”, in quanto Karl Jasper avrebbe di sicuro avuto difficoltà a digerire la nostra scelta. Di conseguenza poiché la Rivoluzione Scientifica ha gettato le fondamenta per lo sviluppo della successiva Rivoluzione industriale e anche e soprattutto della Rivoluzione tecnologica/digitale, cercheremo adesso di mettere in risalto soltanto alcuni dei diversi aspetti che legano la nostra fanciulla proprio a quest’ultima Rivoluzione.

La Rivoluzione scientifica oltre che essere il superamento delle antiche credenze e dei saperi consolidati, oltre che essere il simbolo della trasformazione del pensiero della società riguardo alla natura, oltre che essere la reincarnazione più estesa del “principium ignoramus”, oltre che rappresentare l’assestamento e la diffusione universale del “metodo scientifico”; la Rivoluzione scientifica è soprattutto la matrice della modernità per come la conosciamo noi.

Nel cercare di giustificare la nostra scelta di collocazione del Post Millennial sarebbe davvero folle e sin troppo ambizioso provare a riassumere i grossi mutamenti che nascono e si sviluppano dalla Rivoluzione Scientifica ad oggi, e per tale ragione ci limiteremo a segnare le successive righe di questo capitolo semplicemente abbozzando una decina di questioni che conseguenzialmente possono essere approfonditi a discrezione di ogni singolo lettore.

Come abbiamo già accennato la Rivoluzione scientifica è la matrice della modernità. Ma che cos’è la modernità?  Perché è figlia della Rivoluzione scientifica? Che ruolo ha la nascita del Positivismo in relazione alla Modernità? È per caso tutto un prodotto della rivoluzione industriale? Perché la modernità si differenzia dalla post-modernità? Quali sono le caratteristiche di quest’ultima? Quali sono le implicazioni in ambito sociale di questo periodo? C’entra qualcosa il nichilismo? Che impatto ha il fenomeno della globalizzazione sullo sviluppo di questo periodo? E soprattutto perché collochiamo la figura del post-millennial in questo periodo storico?

Potremmo subire una vera e propria crisi nel cercare di rispondere a queste domande e di sicuro il solo tentativo ci allontanerebbe molto dalla nobile missione di spronare i nostri attori finalmente sul palcoscenico, ma tenendo bene a mente che “una domanda nel momento in cui può porsi, può anche trovar risposta”, saremo comunque pazientemente colmi di ottimismo per una futura ricerca di tali significati.

Di conseguenza tornando al problema di fondo, per giustificare la nostra scelta, useremo ancora una volta la nostra bussola creativa attingendo in primis alle informazioni inerenti al costume qualitativo assegnato al nostro personaggio: ovvero le “vesti del superfluo”. Cercando di collegare il costume al contesto ci sforzeremo a comprendere quali sono in realtà, se cosi si possono definire, gli aspetti superflui di questo fruttuoso periodo storico che parte dalla Rivoluzione scientifica e arriva ai nostri giorni. 

Gli ultimi cinquecento anni hanno assistito a una strepitosa ed incomparabile crescita di ogni capacità umana in ogni settore ed aspetto della sua esistenza. Gettandoci in un divertente scenario simile a quello presentato nel film “Non ci resta che piangere”, ove il genio Leonardo da Vinci rimane del tutto perplesso al tentativo di Troisi di insegnargli il semplice gioco della scopa, possiamo affermare con convinzione che perfino Galileo Galilei sarebbe inaspettatamente stupefatto se si trovasse oggi dinanzi a R1 che rappresenta soltanto uno dei primi prototipi di intelligenza artificiale applicata in ambito commerciale. Gli ultimi 500 anni sono contrassegnati dall’inarrestabile mutamento di ogni cosa esistente su questo pianeta in cui l’unico punto fermo è il mutamento stesso contrassegnato dall’elevata velocità di mutazione.

Molteplici sono le domande che sorgono da questa confutabile affermazione. Per primo possiamo chiederci cosa spinge anzitutto gli esseri umani a mutare cosi velocemente? Oppure che colpa ne ha la Rivoluzione scientifica di questo inarrestabile mutamento? Infine cosa vi è di superfluo nel mutamento stesso?

Nel tentativo di dare una parziale risposta alle nostre ultime domande possiamo provocatoriamente affermare che con la nascita del Mito della Scienza  si sono create le condizioni affinché gli esseri umani sposassero pienamente l’Ideale di Progresso. Il pensiero scientifico, presumibilmente nato con la Rivoluzione Scientifica, è guidato dal timone del progresso senza la bussola dell’etica, ed in tutta la storia dell’uomo il suo progredire, il suo avanzare, non è mai stato cosi difilato e allo stesso tempo, in specifici casi, dissennato. Il matrimonio con l’ideale di progresso ha spinto la società odierna a desiderare bramosamente il progresso in nome dello stesso progresso e purtroppo tale andamento spesso risulta essere privo di una meta. In altre parole una gran parte degli esseri umani avanzano a passo svelto senza alcuna capacità di orientamento e soprattutto senza mai voltarsi indietro …

Forse saranno state molte incisive le dichiarazioni di Francesco Bacone quando nel 1660 mediante la pubblicazione del suo manifesto intitolato “Novum Organum” affermava che “l’acquisizione di conoscenza è potere”. Non possiamo negare che oggi il potere ha decisamente uno stretto legame con il profitto, il denaro spesso coincide con lo stesso potere. Di conseguenza la domanda che sorge è: dove ci porta l’inarrestabile acquisizione di conoscenza per il raggiungimento del potere?

Ci porta alla cosiddetta corsa agli armamenti, al Progetto Manhattan ed ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Ci porta al disastro di Černobyl’ ed ai miliardi di dollari investiti sulla fisica nucleare. Ci porta all’incontrollato sviluppo della tecnologia militare e all’invenzione del primo aeromobile a pilotaggio remoto usato a scopi di guerra. Ci porta alla “chimica dei polimeri” ed al suo impatto ambientale simbolicamente rappresentato dalla Pacific Trash Vortex. Ci porta all’ingegneria genetica, agli OGM, alle clonazioni e alle diffuse tecnologie di manipolazione della materia vivente. Addirittura ci porta allo sbarco sulla luna spinto da una gara di salto in alto in piena guerra fredda. Ci porta al turismo spaziale di Richard Branson o alla società interplanetaria immaginata da Elon Musk. Infine ci porta al World Wide Web, facendoci disperatamente riflettere su personaggi come Jeff Bezos o Mark Zuckerberg, aziende come la MindGeek o la Tencent e tutte le risorse umane, scientifiche ed economiche investite negli ultimi decenni per lo sviluppo del cosiddetto CyberWorld nonostante la consapevolezza diffusa di quanta sofferenza e di quante problematiche sono ancora presenti nel Mondo Reale.

In conclusione per cercare almeno di rispondere alla nostra ultima domanda “cosa vi è di superfluo nel mutamento stesso?” è doveroso affermare che di sicuro non vi è niente di superfluo se si parla soltanto del mutamento. Addirittura lo stesso Buddha nel 500 a.C. affermava che “l’unica costante della vita è il mutamento”, portando alla luce i suoi aspetti essenziali. Di certo non possiamo assegnare una componente di inessenzialità alla mutabilità e cercare di contraddire il Buddha, o le diverse tesi sul divenire di Eraclito, di Aristotele o di Hegel e tutti coloro, compreso Einstein, che affermano in un determinato modo il “principio di mutabilità” intrinseco ad ogni fenomeno. Siamo bene consapevoli che in molti casi è soggettivo definire ciò che è superfluo e ciò che non lo è, di conseguenza con le nostre provocazioni non vogliamo presentarci in vesti oscurantiste e negare o cercare di decostruire tutte le meravigliose scoperte scientifiche degli ultimi secoli, non vogliamo neppure essere pessimisti e focalizzarci soltanto sugli aspetti negativi, ma in realtà abbiamo soltanto l’intenzione di concludere questo capitolo cercando di mettere in risalto inessenzialità del mutamento spinto dalla sola ragione di mutare.

Riepilogo

Basandoci sui vari ragionamenti sviluppati nelle precedenti pagine possiamo quindi sommariamente affermare che:

  1. Il filosofo rappresenta L’ESSENZA ed è collocato nel contesto della RIVOLUZIONE COGNITIVA

  2. Il contadino rappresenta L’ESSENZIALE ed è collocato nel contesto della RIVOLUZIONE AGRICOLA

  3. Il post-millennial rappresenta IL SUPERFLUO ed è collocato nel contesto della RIVOLUZIONE SCIENTIFICA

In altre parole:

  1. Il filosofo simboleggiato dal seme rappresenta la nascita del pensiero, l’addomesticazione del linguaggio e la preservazione dell’interrogativo

  2. Il contadino simboleggiato dal frutto rappresenta la nascita dei primi insediamenti, l’addomesticazione del mondo reale e la preservazione della tradizione

  3. Il post-millennial simboleggiato dalla buccia rappresenta la nascita dell’inessenzialità, l’addomesticazione del mondo virtuale e la preservazione dell’ideale di progresso

Abbiamo assegnato ai nostri tre personaggi i loro relativi costumi e li abbiamo collocati in determinate fasi storiche che ci hanno fornito un’enormità di contenuto con cui abbiamo principalmente stilato il nostro testo.

Finalmente adesso è arrivato il momento in cui possiamo indossare il ruolo da noi più ambito, ovvero quello del drammaturgo, e per completare questo passo dobbiamo tornare all’inizio del nostro testo e ripartire da una delle prime domande che ci siamo posti, ovvero: se i nostri tre personaggi, antropologicamente cosi diversi, si trovassero davvero rinchiusi in una stanza vuota, quale piega prenderebbe il loro contenuto dialettico?

Nel miglior dei casi forse predominerebbe il silenzio, oppure in caso estremo ognuno investirebbe le proprie forze nel cercare semplicemente di evadere. Ma se cosi non fosse, se nessuno riuscisse ad evadere da questa stanza vuota, o addirittura se nessuno volesse evadere, se in qualche modo si rompesse il silenzio, allora quale sarebbe il principale argomento dialettico? Quale sarebbe il ponte di comunicazione dei nostri tre protagonisti?

Il nostro lungo viaggio sta per concludersi e adesso non ci resta che esalare al massimo la nostra creatività consegnando ai nostri attori il copione che felicemente hanno accettato di declamare.

Caratteristiche di natura esistenziale

I nostri tre attori sono ancora situati nella stanza vuota. Al centro seduto sulla sedia di paglia intrecciata vi è ancora il Contadino calabrese, la giovane Post-millennial è sul pavimento ed il Filosofo in piedi stringe ancora il suo libro tra le mani.

Il disagio sta per essere finalmente risolto attraverso l’irrefrenabile bisogno di condividere i propri problemi esistenziali, e cosi tutto d’un fiato il silenzio viene dolcemente spezzato dal vibrato di una corda seguita dal passionevole canto del nostro Filosofo:

Declamazione di Leonardo Aita

Nel tentativo di dare una risposta alle parole apparentemente vacue del compagno, improvvisamente il Contadino si scomoda dalla sedia e rivolgendosi ai suoi interlocutori con voce distinta condivide parte delle sue avventure agresti:

Declamazione di Agostino Lesce

Infine stringendo saldamente il suo cellulare tra le mani e quasi sentendosi infastidita dal ronzio dei suoi nuovi coinquilini, anche la giovane Post-Millennial si fa coraggio esponendo alcune delle sue serie problematiche esistenziali.

Declamazione di Giulia Lupo

 

Conclusioni

Adesso che siamo arrivati alla fine di questo viaggio è indispensabile voltarsi indietro direzionando le luci della nostra attenzione sulla premessa da cui siamo partiti. Bisogna specificare infatti che questo percorso creativo sbocciato nello sconfinato campo di Angolo d’ Incidenza, non si sarebbe mai potuto evolvere senza una fruttuosa cooperazione nata grazie al prodigioso talento di Giulia Lupo, l’incomparabile interpretazione di Agostino Lesce, la solenne voce di Leonardo Aita, il contributo filosofico di Leonardo Pricoli, la sincera vocazione di Simone Marsiglia, l’ingegno tecnico di Francesco Marsiglia, le vibrazioni di Fabio Joel Tunno, l’entusiasmo e la determinazione di Mara Eliana Tunno

ed anche e soprattutto grazie al supporto e la curiosità di ogni singolo lettore, a cui si lascia attraverso una propria ed intima interpretazione, il piacere di esternare le reali conclusioni di questo esperimento…

Nel video puoi attivare i sottotitoli per la traduzione in italiano della declamazione del Contadino.

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