Elegia della Follia

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Ave a voi, arida polvere;

è un colpo ai precordi sdrucciolare giù, dalla requie eterea del mio Pantheon, beatamente altocinta nella eminente nicchia che io, con ardente spirito di riscossa scavai a mani nude raschiando il marmo con la chitina, e che voi, dabbasso nel muschio a lungo misconosceste, per intonare una ennesima elegia, scampanellare l’ennesimo batacchio, intessere ancora una volta una tela, giacché l’epifanie, quelle pregresse, quelle vomitate dalle labbra potenti ed eruttate dagli spiriti magni non eccitarono in voi fruizioni profonde e gli abiti da me confezionati non ammantarono di buon grado il vostro sterile seno. É solo costretta dalle depravate congiunture, con cui voi tiepide ombre, vituperate chi ha flesso il suo capo al mio rutilante vessillo, e ha eletto con buona pace della ragione la sottoscritta, nume tutelare della sua esistenza; è solo coartata dalle precazioni, che discendo al cospetto e mi riscopro apologeta ad oltranza. Ebbene mi sospingo, lì nel punto di ribalta, via dal cono d’ombra ragionato dalla miopia, e mi lustro dinanzi ai carcerieri del tempo, poiché del tempo mai ne afferrarono un atomo. Sono la Follia, protettrice dei bardi e stella maris dei mistici, colei che muove le vele dell’uomo e fa rotta verso le lande estreme dell’esistenza. Già in passato mostrai ai poeti il mio volto, concessi ai filosofi il mio sguardo e accarezzai in un intima alcova i letterati, irretiti ad un amplesso dal profumo irreversibile. Cosa crediate abbia lambito il cantore della Gerusalemme Liberata, nel Sant’Anna, dove fu deportato da forsennato? Nella mia umida lingua rifulge la saliva di una Dea, e imbrunisce l’inchiostro di una Musa. Cosa credete, pulvis et umbra, del giovane von Kleist che si macellò il cranio o di Gogol, che divampò la sua anima morta nel fuoco della mia passione. Ed ora, come a suo tempo Dioniso col passo ritmato al suo tirso, soggiunse a Tebe a riconvertire gli empi e a farne cibo per adepti, così discendo a sfamare i miei figli, la cui lingua troppe volte è stata imbrattata nel mortifero gusto del fiele.

 

La Teogonia

Disse di me quel savio di Rotterdam, il simpatico Erasmo in cui riconosco il mio guizzo, che io fossi una figlia legittima di Pluto, parte di una genìa che mi apparenterebbe a voi, stirpe di sabbia. Ebbene Erasmo fu fuorviato, o meglio non colse il relativismo del mio parentado, per quanto riconobbe in me il seme latente di Proteo. Mia sorella non è Neotete, la giovinezza, e mio padre non risponde a quel nome, in quanto ben altra è la mia genealogia, e ben più vermiglio è il sangue che mi irrora le vene.

 

La mia teogonia mi vuole sorella umbratile di Atena, figlia diletta del potente Zeus e della povera Meti, da questo ingoiato dopo una funesta profezia. Quando Atena balzò fuori dal cranio pulsante di Zeus, io nacqui non già nella concomitanza, ma nel presupposto di questo inconsueto parto. Le mie fibre si distesero nella tensione di Atena, il mio spirito si accese nel momento maieutico più nevralgico: affinché la Ragione venisse al mondo, la Follia avrebbe dovuto dischiudere gli occhi, e per prima slargare la guaina, e precederla come un ostetrica per facilitarne il parto. Oh sì, ben pensanti e sacerdoti di Atena, la Follia vi è sorella e ostetrica, poiché solo con il de-lirio di Zeus, la Ragione potette far capolino. Questa relazione consanguinea, uterina, come ben rimarcato da quel goliardo di Michel Focault, fu riconosciuta nei periodi aurei della vostra parabola dove le sacche della cultura divennero cornucopie, riboccanti e floridi fino all’orlo della misura, come giusta ricompensa per la professione di fede destinata ai miei templi: il Rinascimento ne porta un indelebile marchio. Ma poi, quando fu che la Ragione volle affrancarsi dalla sua ombra, e ascendere agli onori come unica cifra del genere umano? Per Focault fu il superbo Cartesio a scoverchiare il vaso di Pandora, a scomunicare me, la Follia, dai riti dei devoti e dalle liturgie. Da allora divenimmo con Atena una becera antinomia, dove la mia presenza implicava ipso facto la sua esclusione, e così per converso. Già, perché da lì in poi sarà il pensiero a configurare l’essere, e non più l’essere il pensiero, relegando il non pensiero alla sfera del nulla. E dal cogito sì ripartì per solcare nuove rotte, parallele per una grandezza di tempo puntuale all’ego fallor di Agostino, ma se di egual simmetria di diverso senso di marcia. Infatti se nel cogito ciò che emerge è la pregnanza del pensiero come cominciamento fondazionale ed evidenza positiva dell’ontologia, nell’ego fallor, il cominciamento è fondato dalla verità e l’evidenza è negativa e vuota, giacché non muove dal pensiero del pensatore, ma dall’errore che esso effettua nel suo pensare l’ontologia. In Agostino è l’essere che fonda il pensiero e non viceversa, e ancora mi concede una cittadinanza, in accordo con quanto fu scritto nella lettera ai Corinzi: Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti:

Distruggerò la sapienza dei sapienti
e annullerò l’intelligenza degli intelligenti.

Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? (Prima lettera ai Corinzi).

 

Il fantasma di Cartesio

Ordunque albeggia una nuova era, una rivoluzione la chiameranno, dove insorgerà la credenza messianica che la ragione verrà ad illuminare tutti i meandri dell’essere, e se nel caso qualche regione farà ombra al tanto corteggiato lume, verrà proscritto per sempre dal dominio dell’ente e licenziato nelle terre dell’insensatezza. La mia voce fu strozzata sui nuovi roghi, che si accendevano in onore della dea Ragione, e mentre Pallade Atene si inebriava dei fumi un ondata di barbara iconoclastia si levava contro i miei simulacri. Ma il fanatismo della nuova ierocrazia, che per ammonire il contegno degli adepti e depurare i suoi borghi dai miei rimasugli, fece strame dei miei figli, con internamenti forzati e prigionie arbitrarie. Razza di impostori! La cecità a tal punto vi scalfisce le pupille da non vedere come il fascio di luce emanato dal Lume, non è disvelante, bensì demiurgico, artistico, o molto semplicemente proiettivo; cosa vi turò le cavità del vostro naso tanto da non riuscire più a subodorare neppure le vostre stesse narici, e il mio puzzo che si insinua su per esse fino sbrindellare i sistemi più solidi eretti dalla ragione.; ciò che avete espulso dalle pareti lo avete riassorbito nelle fondamenta. Ma voi, pulvis et umbra, non solo rinnegaste la vostra origine, ma ostentaste con protervia l’illusione di retro percorrerne i canali con la sola forza della ragione, e con essa sola colonizzare domini che non le pertengono in quanto più fondamentali e primigeni; i miei domini, il dominio della follia; e fu cosi che il senso fu sovrapposto all’insensato, ma non mediante una coalescenza rinascimentale, bensì premurandosi di mantenere impermeabili i due registri e rinsaldarli in due comparti stagni; sotto il barocco della architettura, che la ragione riuscì ad edificare, si agita un terreno che non si lascia scavare. Non basta un manicomio per braccarmi, né un Basaglia qualsiasi per liberarmi.

La mia questione insorge in realtà in modo poligenico, giacché dal primo lato si dovrebbe accampare il quesito sulla dimensione scientifica, trainandolo dal ventre di un problema sociale, ma portare a coscienza che la risposta non siede nella loro giurisdizione, in quanto risponde solo all’esistenziale.

Quando le giurisdizioni e le rispettive prerogative tuttavia, vengono sovvertite, accade che la questione accampa il quesito nell’esistenziale, rigurgitandolo nell’evidenza di un problema sociale, dove la risposta procurata sarà ovviamente scientifica.

E questa danza orbitale ha una voce precisa: Psico-logia.

 

Lo spettro res cogitans

E dai manuali infarciti di ragione, si fa largo la poco razionale idea di cogliere le mie nebulose articolazioni con la forza delle categorie logiche, pensando che il mio volto emerga lor di fronte, come risultato, mentre in realtà è sempre lì a rimirarne le spalle, come principio. La torsione genealogica fra me ed Atene tuttavia, è stata presso gli uomini ratificata a largo consenso, tale fecondare il paradigma imperante con mitologie mistificate, a cui assegnano statuti epistemici con la gratuità di un elemosiniere. Stesse grammatiche, diversi statuti. Non oso immaginare le rughe di Sofocle, contorcersi dalla stizza alla notizia del destino riservato ad Edipo, o di Ovidio venendo a conoscenza del suo Narciso. La follia di Edipo fu strappata dalle braccia del suo più sublime poeta, per essere riscritta dalla penna di Freud. Essa divenne un antonomasia, un archetipo platonico a cui ricondurre l’individuale, e da lì avemmo Edipo sovrasensibile ed edipo sensibile; il sottaciuto qui, è che proprio come in Platone, è l’Edipo sovrasensibile che istituisce quello sensibile, sicché sarà il primo a giustificare il secondo e non viceversa. Si intuisce nella cucitura di questa veste, un problema che lungi dall’essere marginale, è altresì strutturale. Se infatti la psicologia si definisce come la scienza volta ad indagare e a discutere la psiche dell’individuo, e se essa nella sua impostazione gnoseologica trasvola da Edipo ad Edipo, da Idea ad Idea, da Generale a Generale, e in virtù di quest’ultimi essa fonda la comprensione di edipo, del sensibile, dell’individuale, è palmare che raccoglierà nel risultato della detta comprensione sempre e solo lo scarto che si divarica fra l’ individuo a cui è rivolta, e il fondamento della comprensione, che si capovolgerà come un velo di maya in una semplice comprensione del fondamento. Ciò che si credeva fosse una linea in realtà è un cerchio vizioso, da cui l’individuo resta rigorosamente al di fuori. E forse sarebbe attinente qui anche il timbro di Stirner, decontestualizzandolo dalla sua cornice dissertativa: “Ma siccome presta poca attenzione a ciò tu sei privatim, anzi se segue rigidamente i suoi principi non gli da alcun valore, egli vede in te solo ciò che sei generatim. In altre parole, egli vede in te non te stesso, ma il genere, non Pietro o Paolo, non l’individuo reale e unico, ma la tua essenza, il tuo concetto1”.

Espunto dall’indagine l’individuo concreto, l’indagine diviene acquosa e fluida, poiché l’orizzonte del generale è stato mondato dalle sue impurità. E in questa sede, nella fantasia di un mondo psico-logico, si ripropone l’idealismo, si cela la res cogitans di Cartesio nelle sue estreme conseguenze, nella sua propaggine più radicale: Si tolga la veste a Freud; nel suo snudarsi si scoprirà un Cartesio, nella personalità incoscia, che forse il suo Super ego avrà avuto meticolosa premura di rimuovere .

Notate!Non soccombo all’ipertrofia della Ragione, e le carezzo silente le spalle, rientrando così attraverso l’individuo che conduce l’indagine, che la ragione pensa di averla presa, e invece l’ha persa nel principio della sua conquista;al netto di ciò vogliamo spezzare una lancia a favore dell’Ivan Dmìtric di Anton Cechov, chiuso nella corsia n.6 che con veemenza chiedeva: “ Perché mi tenete qua?” e alla replica del medico Andréi Efimyc “perché siete malato.” rispondeva a polmoni gonfi: “Sì malato. Però decine, centinaia di matti girano liberi perché la vostra ignoranza non è in grado di distinguerli dai sani. E allora perché io e questi sventurati dobbiamo starcene qua dentro per tutti, come capri espiatori?2”.

 

Lo spettro res extensa

Il tentativo della Ragione, nel volermi soggiogare, non si limita a prestigiare con l’idealismo magico, ma escogita un altro espediente per pervenire ai miei capezzali. Se la mia mole inopportuna da un lato viene indebitamente deportata nella sfera logica, della speculazione razionale, dall’altra molto più pragmaticamente, in quanto inquisita nel registro dell’esistenziale, problematizzata come onere sociale, e schematizzata a livello scientifico, richiede strategie risolutive che coinvolgono un altro dominio, il quale subentra in controluce come alter ego della teoresi scientifica: l’aspetto tecnico. Accade così che la psicologia idealista, che traduce il quesito esistenziale concreto in risposte generali astratte, che sublima la materia all’idea, ritorni al concreto traverso la mediazione della tecnica, che in tal caso si copre di un camice e si legittima in modo parassitario nell’autorità della medicina. Il secondo movimento, parallelo e collaterale alla logicizzazione della follia, si riconosce nel fenomeno della iatrizzazzione che ne rimesta il solco. La iatrizzazzione in quanto attiene all’asse pragmatico-materiale, obbedisce alle istanze del materialismo e riempie l’altro versante della velata dicotomia cartesiana, la res extensa, che come un Mefistofele, invasa le psico-scienze con un subdolo fare demoniaco. Anche qui possiamo esibire una coordinata nominale: Psico-iatria.

L’esercizio ricorre a degli assiomi elaborati rigorosamente sulla falsa riga del meccanicismo fisico, e al contrario della psicologia, che praticava un riduzionismo filo-idealista, qui ogni forma spirituale viene violentemente schiacciata sulla materia fisiologica. Vogliamo ricordare come un approccio psico-iletico fu la cifra della filosofia greca delle origini, nonché anche della medicina ippocratica. Platone dice di Talete quanto segue: “A quanto sembra, anche Talete, da quel che ricordano, suppose che l’anima fosse un che di movente, se è vero che della pietra [calamita] affermava che avesse l’anima (ψυχήν) perché muove il ferro3”. Ippocrate formulò la famosa dottrina dei quattro umori, per spiegare le improvvise variazioni fisiologiche all’interno dei suoi pazienti. Ma per quanto la tradizione rivendica alla correlazione psico-iletica un retaggio radicale, con una messa fuoco più addentrata, possiamo constatare, che la correlazione della psichiatria non condivide alcun legame con quella ellenica. Infatti rileggendo la visione di Talete si rende perspicua una gerarchia che regola la relazione fra materia e anima dove l’anima è la variabile indipendente, e la materia quella dipendente. In altre parole, la nozione di anima viene impiegata per autorizzare il movimento compiuto dalla materia litica, sicché sprofondando nel “sistema calamita” di cui Talete si erge ad illustratore, si profila alla vista un rapporto di forza dove l’anima animata domina la materia inerte. Alla medesima gerarchia soggiace la teoria dell’umore di Ippocrate, dove l’umore non si candida come sintomo effettuale dello squilibrio somatico, ma si propone come eziologia del detto squilibrio. Solo questo sistema gerarchico sottostanziato alla teoria ippocratica, e in generale al paradigma greco, ci fornisce una chiave di lettura adeguata nei rispetti di quell’aneddoto che narra il simpatico incontro fra Ippocrate e Democrito: Ippocrate invocato dai cittadini di Abdera, giunge in città per visitare un ammattito Democrito, il quale dall’alto della sua saggezza, si era miseramente degradato ad un riso ingiustificato a continuo, che suscitò scandalo e irritazione presso la sensibilità cittadina. Completata la visita, Ippocrate, sentenziò lapidario confutando le ipotesi della comunità, asserendo che in Democrito riposava la più elevata forma di saggezza, che si esplicava in un riso dinanzi alla stoltezza dei suoi interlocutori.

Se Democrito fosse stato visitato dall’eminente lustrissimo professor Cabanis, probabilmente sarebbe stato internato. A quelli che storcono gli occhi dinanzi al nome, li si informi della sua prodigiosa opera, I rapporti fra il Fisico e il Morale nell’uomo, la quale mette a battesimo i principi della psichiatria, che proprio scrivendo su tale falsa riga si è sviluppata. Nell’opera, il proclaro Cabanis, si fa un assertore convinto del sensismo di matrice lockiana, e di tutti quei “taluni uomini, dotati di genio” che hanno avuto l’accortezza di emanciparsi da vaghe ipotesi metafisiche”. Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu. Questa precedenza gnoseologica del senso sull’intelletto, si traduce in una precedenza ontologica: “La sensibilità è l’ultimo termine de’ fenomeni che compongono ciocchè noi chiamiamo la vita ; ed essa e il primo tra quali consistono le nostre facoltà intellettuali. In tal guisa il morale non è che il fisico considerato sotto un’altro punto di veduta4”.

La correlazione psico-iletica diviene correlazione ilo-psichica, dove la materia ricopre il ruolo di variabile indipendente e l’anima di variabile dipendente; i rapporti di forza si sovvertono e la materia rigetta quello statuto che la voleva insufficiente e imberbe dinanzi alla cinestesi, e nel meccanicismo si atteggia a registro autarchico e compiuto, con un principio semovente che non necessita di alcuna nozione supplementare. Essa ora sventola la bandiera dell’indipendenza. L’anima porta al piede il cippo della schiavitù coatta, sicché nel linguaggio psichiatrico essa nella sua reversibilità nel fisico, dov essere discussa in meri termini organici.

 

Scienza e tecnica

Anche qui, dove la causa e l’effetto vengono confusi e rimescolati, la mia presenza è una rinnegata alma mater e il mio ventre ha carsicamente partorito il genoma delle premesse. Anche qui, sotto uno sfrontato biologismo deterministico, si nasconde il fantasma di Cartesio nella versione parziale della sua res extensa, drogata fino al midollo e accreditata nel suo attributo macchinale. Psico-logia e Psico-iatria costituiscono ordunque il bifrontismo della psico-scienza; sono i dilatati tentativi da essa posti in essere per ottemperare ai requisiti richiesti dal bando epistemologico, al fine di accedere alla grande famiglia delle scienze positive, e in essa trovar ricetto: il requisito teoretico e il requisito tecnico, nonché la loro immediata reversibilità. Questa simmetria è stata dunque mutuata dalla duplice linea di matrice cartesiana, che porta in dote ab origine un aporia sostanziale, che nei posteri ha rastremato la sua inconciliabilità, e che giocoforza si replica anche nel sistema psico-scientifico, il quale trascina la sua sopravvivenza come un funambolo che custodisce gelosamente l’equilibrio su una fune tesa sull’abisso; un colpo d’occhio nel basso e il vuoto lo fagocita; un’esitazione e la fune disimpegna la presa. Sulla fune le due comari procedono claudicanti, mutile ciascuna di un piede, cercando di proporsi l’una come il vincastro dell’altro. Ma due zoppi non fanno un corridore, in quanto al massimo arrancano assieme. Dietro il loro porsi come valore assoluto, dietro la sedicente identificazione con un sistema di principi, dietro la tendenza alla nullificazione della diacronia che le denuda invece come sistema di risultati, v’è una storia negata che ne relativizza gli enunciati, e li riporta dall’ ab-solutus all’ ab-legatus.

 

L’auspicato Rinascimento

Allora udite bene: non si vuole miniaturizzare i figli della ragione, ma solo annunciar loro la nostra intima coalescenza; non si tratta di sgretolare le statue di Atena, ma di comprendere che, proprio come nella teogonia, il suo raggiungimento richiede necessariamente la mia mediazione, e che non potendo scampare a questa necessità, e opportuno ripensare questo vostro costume, auspicando nel tempo una nuova rinascita, che dia ragione alla sragione e che e che prenda contezza che la ragione non è uno strumento disponibile, ma un traguardo a cui pervenire, passando i sentieri contorti che ci consento di delirare oltre i confini stabiliti. E dunque voi, che altro non pensate che sia l’uomo se non polvere ed ombra, uscite dal tracciato e cominciate a folleggiare, poiché l’uomo autentico non è solo res cogitans e res exstensa, ma anche e soprattutto res follicans, giacché come un mantice è destinato ad agitarsi e a realizzare su infiniti e sempre più eminenti stati di sintesi la sua tanto anelata libertà, la sua più raffinata follia.

Firmato: La Follia.

L.P.G

1M. STIRNER, L’unico e la sua proprietà, trad. L. Amoroso, Adelphi, Milano 2011, p. 182

2A.ČECHOV,  La corsia n. 6 e altri racconti, a cura di C. Polito, Napoli-Milano, p. 118.

3AA. VV. I presocratici, Testimonianze e frammenti da Talete ad Empedocle, a cura di A. Lami, BUR, Milano 1991, p 129.

4P.G.G. CABANIS, Rapporti del fisico e del morale dell’uomo, 1820 p. 29

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