COVID-19: Siamo davvero in guerra?

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Introduzione

Nell’ultimo periodo le televisioni mondiali trattano un unico argomento, la COVID-19 (coronavirus), la malattia provocata da un nuovo virus che colpisce le vie respiratorie. Stampa, telegiornali, politici, cittadini, paragonano la forza di questo virus ad un vero e proprio conflitto mondiale. L’obiettivo e la scelta di questo argomento per la realizzazione della tesi sono dettati dalla curiosità di capire se davvero questo virus può essere paragonato ad una guerra.
Molte sono le ipotesi sul nascere del virus ma nulla è certo. Quello che si può confermare è che il Coronavirus è apparso per la prima volta a Wuhan in Cina nel dicembre del 2019. Col passare del tempo il contagio si è spostato in tutto il mondo. In Italia i primi a risultare positivi furono una coppia di turisti cinesi a Roma. Il 21 Febbraio si sente parlare del primo focolaio di infezioni da COVID-19 sviluppato a Codogno in Lombardia. Due settimane dopo, il 9 Marzo 2020, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte annuncia attraverso una conferenza stampa che dal 10 marzo 2020 inizierà il lockdown in Italia.

La parola inglese lockdown significa isolamento, blocco, parola paragonabile quindi nella lingua italiana al termine quarantena “detta anche contumacia (contaminazione chimica), un isolamento forzato utilizzato per limitare la diffusione di uno stato pericoloso (spesso una malattia). Il termine deriva da quaranta giorni, la durata tipica dell’isolamento cui venivano sottoposte le navi provenienti da zone colpite dalla peste nel XIV secolo“. [1]
Un intero paese chiuso, rimangono aperti solo i servizi essenziali. Il giorno dopo l’Organizzazione Mondiale della Sanità annuncia: è pandemia.

La pandemia da COVID-19 ha reso necessario l’adozione da parte del governo di misure straordinarie per contrastare la diffusione del contagio. Tra i provvedimenti più restrittivi si collocano il divieto di circolazione delle persone, la chiusura delle scuole e degli asili, la sospensione di moltissime produzioni nel settore industriale e artigianale, i servizi di ristorazione, la chiusura degli aeroporti, la limitazione del trasporto ferroviario e l’isolamento totale di alcuni comuni fortemente colpiti dal coronavirus.

Unico comparto non soggetto a restrizioni è stato quello agroalimentare, in quanto ha dovuto approntare la richiesta di generi alimentarie.
Si tratta di misure precauzionali a tutela di quel bene primario che è la salute esposta al pericolo di un virus sconosciuto e altamente letale. In attesa della messa appunto del vaccino che, stando alla OMS richiederà molti mesi, queste limitazioni di carattere personale e delle attività produttive sono i provvedimenti scelti in quanto ritenuti di più immediata efficacia per contrastare l’aggressività della pandemia.

Attraverso i canali di comunicazione ufficiali e di ogni altra forma di informazione è stato chiesto ai cittadini di osservare le restrizioni in modo spontaneo facendo leva più sulla consapevolezza del
rischio personale e collettivo che sul timore delle sanzioni amministrative e penali. L’impegno degli organi competenti di dare un’informazione costante sugli sviluppi devastanti della pandemia ha fatto in parte da contrappeso alla sospensione dell’esercizio di alcune libertà fondamentali.
La percezione del rischio di perdere per la vita, la contrazione delle attività economiche, la sospensione di alcuni diritti fondamentali delle persone hanno indotto alcuni organi di stampa, personalità accademiche, diversi intellettuali e opinionisti a rappresentare la situazione come stato di guerra. Leggendo un articolo di Internazionale, mi ha colpito molto una parte riportata dal saggio “L’ AIDS e le sue metafore (1989)” di Susan Sontag dove spiega, parlando dell’epidemia da HIV, perché ci viene tanto facile affrontare un’emergenza sanitaria come fosse una guerra, anziché come un complesso problema sociale, culturale o di emarginazione di determinate categorie di persone. Sontag scrive: “La guerra è una delle poche attività umane a cui la gente non guarda in modo realistico; ovvero valutandone i costi o i risultati. In una guerra senza quartiere, le risorse vengono spese senza alcuna prudenza. La guerra è pura emergenza, in cui nessun sacrificio sarà considerato eccessivo.” (L’AIDS e le sue metafore, 1989). [2]

Partendo da questa citazione, ho deciso di ripercorrere un po’ di storia, per avere un’idea chiara sull’argomento portante di questa tesina, ossia il paragone tra questi due diversi periodi storici, e per alcuni anche simili.

Uno sguardo al passato

Durante il secondo conflitto mondiale combattuto dall’Italia dal 1940 al 1945 la situazione economica e sociale era del tutto diversa da quella attuale. La guerra scoppia il 1° settembre 1939 con l’attacco della Germania di Hitler alla Polonia e termina in Europa l’8 Maggio 1945 con la resa tedesca e il 2 Settembre 1945 con il bombardamento atomico americano sulle città di Hiroshima e Nagasaki che determinano la resa del Giappone. La guerra cambia non solo la situazione geopolitica e le strutture mondiali, ma anche la mentalità e la società intera. L’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale era un Paese la cui economia era caratterizzata dalla preminenza del settore agricolo con coltivazioni largamente estensive, i mezzi di trasporto erano per lo più carri e carretti. In agricoltura, per la coltivazione dei campi era molto sfruttata la forza animale. La rete commerciale dei prodotti agricoli aveva generalmente carattere locale, i redditi delle famiglie erano bassi, poche persone si potevano permettere un tenore di vita dignitoso, povertà e indigenza colpivano larghe fasce della popolazione. La produzione agricola che già in tempo di pace non soddisfaceva i bisogni alimentari subì una forte contrazione per la mancanza di manodopera poiché la popolazione maschile si trovava sotto le armi. Da qui ne derivò una grande penuria di generi alimentari di prima necessità e per moltissime famiglie ciò significò la fame.

Il settore industriale, concentrato nel nord-ovest dell’Italia (il cosiddetto triangolo industriale Torino-Genova-Milano), non aveva abbastanza materie prime e quindi la capacità produttiva non era paragonabile a quella di altri stati europei come la Germania o l’Inghilterra. La conversione dell’industria alla produzione bellica ridimensionò la, già modesta, produzione di macchine agricole, di materiale rotabile e di automobili. Vi era fame e povertà, le donne dovevano badare a casa, famiglia e occuparsi anche della realizzazione di tutto ciò che poteva servire agli uomini impegnati sul fronte. Toccando, cosi, con mano e osservando inermi con occhi spaventati la crudeltà della guerra.

Allora, il virus davvero può essere paragonato ad una guerra? Per cercare di dare una risposta a tale quesito, ho realizzato due un’interviste poste a due interlocutrici. La prima ad una signora ultranovantenne che ha vissuto il periodo della seconda guerra mondiale, la seconda a Federica, una ragazza ventenne che vive attivamente la realtà odierna, affinché mettendo a confronto i due periodi storici possiamo effettivamente definire anche il periodo che stiamo vivendo come una guerra.

Intervista a un’anziana ultranovantenne
1) QUANTI ANNI AVEVI QUANDO È SCOPPIATO IL SECONDO CONFLITTO MONDIALE?

– Quando è scoppiata la guerra avevo 21 anni.

2) QUALI ERANO LE TUE ABITUDINI ALIMENTARI?

– Colazione: latte di capra macchiato con orzo e una fetta di pane. Oppure crocette, fichi essiccati e infornati.

Pranzo: pasta e fagioli, pasta e lenticchie, pasta e ceci. Zuppa di cicerchie [3] condita con peperoni finemente tritati e olio di oliva. Si usava molto mettere la “pignata di ceci e cotica di maiale”. In inverno si consumava la verdura, si mangiavano minestre di cicoria, di scarola e di zucca verde, oppure pane bagnato con pepe rosso e olio.
Occorre tener presente che la pasta di qualità scadente era razionata e si acquistava con la tessera. Si sopperiva poche volte con la pasta fatta in casa rifornendosi di farina dai mugnai che praticavano il baratto.
Mancava la carne di manzo e qualche volta si serviva carne di capra o pecora, polli e conigli.
Durante l’inverno, ma di rado, si cucinava il baccalà in umido o fritto, oppure si consumavano le sarde in salamoia che facevano parte delle provviste di casa. Per contorno melanzane sottaceto e olive in salamoia. E come condimento L’olio di oliva si usava a crudo invece per cucinare si utilizzava lo strutto oppure il ‘salato’ ovvero grasso di maiale essiccato.
D’estate la dieta veniva variata con il consumo di pesce azzurro, alici, sarde e sgombri. Sempre in estate si facevano insalate di pomodori e lattuga. Per frutta c’erano noci, mandorle e fichi secchi in inverno. Cocomeri, meloni, fichi freschi, prugne, pere durante l’estate. Il caffè mancava totalmente, in sostituzione si tostava e si macinava L’orzo per ricavarne una bevanda dal gusto amarognolo.

Cena: una fetta di pane o una frisella con formaggio e olive secche.
Anche lo zucchero era razionato, veniva usato per dolcificare L’orzo. I dolci facevano la comparsa soltanto a Natale, ma per dolci si intendeva gli struffoli conditi col mosto cotto. In ogni casa c’era un forno a legna per poter farsi il pane e per cucinare si usava o il fuoco o una piccola fornace a carbone. Il cibo veniva conservato sotto sale o sotto strutto. Il lievito era un lievito madre. Per assaggiare una tazzina di caffè abbiamo dovuto aspettare il dopoguerra quando sono iniziate le importazioni.

3) COME PASSAVI IL TEMPO DURANTE LA GIORNATA?

– La mattina si procedeva con le pulizie domestiche di routine e alla preparazione del pranzo. Una volta alla settimana c’era il bucato che si faceva presso i lavatoi oppure lungo i ruscelli. Il sapone era fatto rigorosamente in casa utilizzando grasso di maiale, farina e soda caustica.

Ogni giorno alle 13,30 mi recavo da una famiglia amica che possedeva la radio per ascoltare le notizie sulla guerra e i fatti di cronaca.
Nel pomeriggio si lavorava a maglia o si ricamavano asciugamani e lenzuola. Spesso ci si intratteneva con le amiche del vicinato. I bambini a cui si voleva dare un’istruzione erano mandati a casa di persone facoltose, i quali gli insegnavano a leggere e scrivere. Era come avere al massimo una terza elementare. Così purtroppo per molti firmare era solo apporre una croce.
Alle sette di sera scattava il coprifuoco e l’oscuramento, ci si chiudeva in casa con la luce di una lanterna ad olio (si usava olio di ogni genere) e d’inverno si conversava stando accanto al fuoco del braciere o del camino. Tra le 21,00 e le 21,30 si andava a dormire.
D’estate, stando rigorosamente a luci spente, si prendeva il fresco nel balcone e si andava a letto più tardi, ma bisognavano sempre rispettare il coprifuoco.

4) AVEVI I TUOI CARI LONTANI? SE SI, RIUSCIVATE A TENERVI IN CONTATTO?

– No, per fortuna nessuno dei miei cari era lontano. Nel caso in cui fossero stati lontani avremmo potuto comunicare con lettere o cartoline postali.

5) NEGLI ANNI DEL CONFLITTO COME CI SI INFORMAVA?

– La televisione non c’era e l’informazione avveniva attraverso la radio che era in poche case. Sia la stampa che le trasmissioni radiofoniche erano controllate dal regime, così come i cinegiornali, di conseguenza le notizie erano soggette a censura e a manipolazioni. La propaganda surrogava l’informazione con la diffusione di giornali radio e articoli ingannevoli volti all’occultamento della verità, specialmente sui combattimenti in corso. Per mantenere il controllo assoluto anche la corrispondenza privata subiva censura.

6) ALLORA SI ACCETTAVA TUTTO CIO’ IN MODO DEL TUTTO PASSIVO?

– Nelle campagne e nelle zone remote del Paese non c’era contrasto all’informazione ufficiale, ma nelle città circolava una controinformazione clandestina che faceva recepire le notizie vere sugli avvenimenti in corso, così che attraverso il passaparola molte persone disponevano di un barlume di verità.

7)  COSA NE PENSI DELLA SITUAZIONE CHE STIAMO VIVENDO OGGI?

– Penso che l’Italia ha vissuto e superato momenti peggiori, non bisogna farsi intimorire dalla paura di questo brutto virus. Supereremo anche questo.

Intervista a Federica
1) QUANTI ANNI HAI?

– 20 anni.

2) QUALI SONO LE TUE ABITUDINI ALIMENTARI?

– Essendo una studentessa di Scienze della Nutrizione, cerco di seguire un’alimentazione sana. Seguire un’alimentazione sana non significa ad esempio escludere dei cibi ma è necessario conoscere le componenti in modo poter avere un pasto completo che includa tutto ciò che può servire al nostro organismo come ad esempio le giuste quantità di proteine, di grassi o carboidrati. In particolare, cerco di fare cinque pasti durante il giorno e cerco di variare il più possibile.

Colazione: uno yogurt alla frutta, cereali e frutta secca.
Spuntino: possibilmente frutti di stagione oppure una barretta proteica.
Pranzo: Cerco di creare un piatto completo con verdure, carboidrati e proteine. Ad esempio, riso ai 3 cereali con tonno e zucchine, oppure pasta integrale condita con olio d ‘oliva e poi una fettina di pollo.

Spuntino: cracker integrali, barrette proteiche, un frutto, oppure della frutta secca.

Cena: pesce o carne con insalata o pomodorini o altra verdura. Fondamentale per me è bere almeno 2 litri di acqua al giorno.

3) COME PASSI IL TEMPO DURANTE LA GIORNATA?

– La mia giornata tipo in questo periodo inizia verso le 8:30, mi sveglio preparo la colazione e poi verso le 9:00 inizio a studiare fino alle 13:00 circa. Poi pranzo e verso le 15:00 riprendo a studiare fino alle 18:00. Svolgo un allenamento a casa per circa 1 ora e 30. Dopo aver cenato leggo un libro oppure guardo una serie tv. Ho notato che durante questa quarantena ogni giorno si vuol fare qualcosa di nuovo, perché molte volte, purtroppo, la noia prende il sopravvento. Con mia mamma durante il fine settimana, passiamo i pomeriggi a fare dolci, il sabato la pizza e per la domenica prepariamo il pane.

4) HAI I TUOI CARI LONTANI? SE SI, RIUSCITE A TENERVI IN CONTATTO?

– Purtroppo si, mia sorella vive in Emilia-Romagna ed i miei zii a Roma, ed alcuni miei amici sono lontani perché frequentano l’università al nord. Per fortuna riusciamo a tenerci in contatto grazie alle videochiamate, chiamate o messaggi; Sicuramente i nuovi mezzi di comunicazione hanno fatto sopperire la mancanza e la distanza dai propri cari in una maniera completamente differente dall’ultima pandemia e dall’ultimo conflitto mondiale.

5) COSA USI PER TENERTI AGGIORNATA SULLE COSE CHE STANNO ACCADENDO?

– Attraverso la tv, o anche tramite lo smartphone, sui social. Con la tecnologia che abbiamo a disposizione è divenuto molto semplice stare al passo con le notizie.

6) COSA NE PENSI DELLA SITUAZIONE CHE STIAMO VIVENDO OGGI?

– Descrivere un periodo come questo è veramente difficile perché sono state tante le emozioni sia positive che negative che ho vissuto. All’inizio è stato più semplice, le prime due settimane forse perché ignara di quello che sarebbero accaduto nei successivi 50 giorni, li ho vissuti come un momento di riposo. Probabilmente all’inizio di questa quarantena abbiamo sottovalutato un po’ tutti cosa realmente questo virus era ed è tutt’ora in grado di fare. Mi auguro che le atroci notizie ascoltate fino ad adesso diano spazio a delle notizie migliori di cui tutti potremo gioire; infatti si pensa ad una riapertura di tutte le attività. Voglio sperare, comunque, che la gente non si dimentichi mai di quanto è successo, vorrei che non minimizzassero quello che è accaduto solo perché, per loro fortuna, questo mostro non li ha toccati da vicino, ma soprattutto vorrei che smettessero di dire che questo virus non esiste. È arrivato il momento in cui bisogna alzare la testa, petto in fuori e reagire ma sempre con tutte le dovute precauzioni e sono positiva a riguardo poiché credo nel buon senso e nell’intelligenza delle persone. Infine, spero che tutti prima di agire pensino alla propria salute ma anche a quella degli altri.

Riflettiamo e cerchiamo di capire

Dopo la piccola introduzione e dopo queste due interviste, una domanda voglio farla a me stessa:

Quindi, è lecito paragonare il mondo di allora alla realtà di oggi condizionata e modificata dalla pandemia della COVID-19?

Basta ricordare che il sistema agro-alimentare non ha subito forti oscillazioni del suo trend economico, in quanto l’approvvigionamento alimentare è rimasto nella sostanza inalterato e quindi non si è verificata la penuria di cibo. L’offerta di generi alimentari è rimasta pressoché inalterata, piuttosto la mancanza di lavoro è causa dell’indigenza di molte famiglie o di singole persone che si trovano nella necessità di essere assistite per i bisogni primari da organizzazioni del volontariato civile e religioso, o dalla iniziativa spontanea di molti cittadini che sopperiscono con atti di generosità alle difficoltà del momento.

Dal punto di vista dell’alimentazione, possiamo dire che c’è stato un “ritorno al passato”.
Il fatto di essere stati costretti a rimanere in casa, e non avere contatti con l’esterno, ha portato a riscoprire tradizioni del passato e tecniche di preparazione di alimenti, come ad esempio: il pane fatto in casa, la pizza, confetture, dolci della tradizione. Osservando le due interviste notiamo come in passato l’alimentazione era caratterizzata da una dieta prettamente mediterranea, da frutta e verdura di stagione. Era un’epoca dove tutto era ponderato e si badava poco all’aspetto fisico. Ora invece, notiamo come le persone fanno molta attenzione alla linea, equilibrando i 5 pasti al giorno. Un’altra differenza interessante è l’utilizzo dell’olio; in passato chi possedeva un uliveto usava olio d’oliva, bisogna tener presente che la piccola proprietà era diffusa e molte famiglie la consideravano una vera ricchezza. Molti vendevano il surplus del fabbisogno di casa, mentre altri utilizzavano il grasso del maiale. Un ulteriore differenza possiamo farla per quanto riguarda i dolci, dove prima la preparazione di quest’ultimi si concentrava nelle feste, soprattutto a Natale, ma non con eccessive preparazioni o con ricette elaborate, invece oggi, come ci racconta Federica si fanno anche per passare il tempo.

Ho notato, nel fare queste due interviste, come allora le persone fossero spensierate, durante la giornata trovavano sempre un passatempo, eppure fuori c’era la guerra; invece ora stiamo solo a lamentarci, come dice Federica “la noia prende il sopravvento”, credo dovremmo iniziare a capire il vero valore della vita, senza lamentarci sempre e pensare che il mondo ce l’abbia con noi.
Se consideriamo l’informazione la differenza è siderale, il paragone non è neppure proponibile. Dalla risposta di Federica, vediamo come l’Italia è integrata nel sistema globale delle comunicazioni e dispone di un sistema di informazione modernissimo, rapido e accessibile a tutti non solo per il possesso da parte delle famiglie del televisore, della radio e del telefono, ma soprattutto per l’utilizzo della rete e delle nuove tecnologie digitali. Invece prima solo chi possedeva una radio, o chi poteva permettersi di comprare il giornale poteva avere delle informazioni su quello che stava accadendo nel mondo.

Un collegamento tra passato e presente si può fare sotto il profilo psicologico perché come allora c’era la paura di morire al fronte o di morire sotto le bombe per chi era rimasto a casa, oggi c’è la stessa paura di morire per contagio da virus. Però mentre in guerra si scappava nei rifugi antiaerei stando insieme con moltissima gente, oggi si resta in casa evitando ogni contatto anche con le persone più care.

Dalle risposte delle intervistate abbiamo anche appreso come: durante la guerra l’unico modo per comunicare era una semplice lettera o cartolina postale, oggi, invece, grazie all’evoluzione della tecnologia, con i nostri smartphone possiamo, attraverso le videochiamate, vedere e sentire i nostri cari, come fa Federica. Ma allora la convivialità che c’era prima è scomparsa? La convivialità ai tempi del coronavirus ha subito solo una piccola modifica. Ma come? Ad esempio, con gli “aperitivi online”, ci si sente su WhatsApp e ci si da appuntamento alle 19 per entrare in videochat tra amici, tra diversi componenti della famiglia o tra diversi colleghi di lavoro che stanno lavorando allo stesso progetto insieme, ma separati. Oppure con i pranzi domenicali, i tuoi genitori in casa e sul tavolo da pranzo il telefono con te collegato da un’altra città, e si pranza insieme. Oppure ancora, chi fa attività sportiva si collega, sempre tramite videochat con i personal trainer e si fanno esercizi.
Tutto ciò provoca una sofferenza morale molto forte sia per la condizione di isolamento sia perché si deve assolutamente evitare di considerare gli altri come potenziali nemici, questo pensiero terribile deve essere fugato poiché porterebbe alla disgregazione dei rapporti personali e alla conflittualità sociale.

Come ci racconta la storia, fino agli inizi degli anni 60 del secolo scorso la gente non si spostava dai luoghi di origine, si viveva l’intera esistenza lì dove si era nati, c’erano pochi spostamenti all’interno della stessa provincia, i rarissimi viaggi fuori regione avvenivano per concludere affari o per risolvere gravi problemi di salute. I disagi per i viaggiatori erano gravosi considerate le condizioni delle strade che attraversavano il montagnoso territorio italiano, privo ancora della rete autostradale. Il parco dei mezzi di trasporto pubblico su strada era composto principalmente da corriere o da pullman e l’auto privata era uno status simbol e un confort di pochi. Nel trasporto ferroviario circolavano molte locomotive a vapore con i vagoni passeggeri di seconda e terza classe arredati con i sedili di legno.
Per le tratte più brevi erano in servizio vetture diesel ma i tempi di percorrenza per giungere a destinazione sia su strada che su ferrovia, anche per percorsi modesti richiedevano molte ore.

Possiamo concludere, quindi, che non è lecito paragonare la COVID-19 ad un vero e proprio conflitto mondiale, anche se hanno in comune qualcosa come ad esempio la paura, la crisi economica, il
dolore, l’agricoltura che non si ferma e continua il suo percorso anche se con maggiori problemi visto la mancanza di manodopera. Bisogna comunque ricordare che la guerra vera e propria nel secondo conflitto mondiale era combattuta da due tipi di alleanze che si battevano per avere maggiore potere e territorio, mentre la guerra di oggi si combatte su due fronti che vede coinvolte
tutte le potenze mondiali, da un lato, il fronte batteriologo che è al lavoro per trovare nel più breve tempo possibile un vaccino e dall’altro il fronte finanziario che cerca di salvare l’economia mondiale.

[1] Quarantena
[2] Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore
[3] Cicerchie: La cicerchia è un legume antico e poco conosciuto, molto diffuso nelle Marche e in tutta l’Italia centro-meridionale. Un alimento importante nella tradizione contadina, utilizzato già all’epoca degli antichi Egizi per preparare zuppe, focacce e pane.

Stefania Branca
Author: Stefania Branca

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