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Come lievito genera se stesso
e innalza verso il cielo l’umile grano
cosi il bello genera se stesso
e innalza verso dio lo spirito umano.

percui se’l fin di generar soggetto
è che ‘l soggetto generi,
cos’altro se non: “Bello”, metto
a render tali le mi ceneri.

Sol questo liquo in calamo stendo
su carte e su cielo, che in ogni sorta
il pensar chiede, e il passo tendo,
e chi ha altro, li v’è una porta

per cercar, non dico quello,
che rende vano e molto mesto;
il Bello madre è il solo vello
del tuo curar intendo questo.

/

È l’alba…

Non ricordo come è iniziata,
sento ancora le urla, mi perseguitano.
Anche oggi vedo mio fratello, è assente.
Pochi barlumi di luce, come le nostre divise
persino il Sole è a tinte nere.

Conto le ore a suon di picconate,
ma il tempo qui non passa mai.
È un inganno! Mi fermo.
…non dovevo. Dalla mia schiena, il sangue
cola e si arena sulle mie mani, a tinte nere.

Ci sei ancora?
Vorrei dirti il mio nome, ha sei cifre.
Non riesco a sentirti, sei andato via.
Strano, solo adesso il silenzio mi sovrasta.
Arranca la mia vuota anima, a tinte nere.

La sirena, mi riporta indietro.
Chi mi accoglie non mi punta un’arma.
Ci hanno presi tutti… Mio fratello! È vivo!
Siamo fuori, è finita… Cedo stremato
al cospetto di quella foresta, a tinte nere.

28 Gennaio
…shalom fratello, è l’alba!

/

Un veliero…
in poppa il libeccio,
scandisce una rotta nebulosa,
Guarda!
Le rondini,
profumano di casa,
…vagheggia l’orizzonte vergine!
Sii libero di osare!

/

Ho perso la voglia di vivere
per aver cercato l’amore
dove non c’era;

ah, magra consolazione
frequentare persone infelici
ma mai quanto me

che mai così posso darmi quello che cerco

Ho perso la voglia di vivere
da quando frequento
bordelli e brandelli di carne

appesi al muro della rassegnazione
da un chiodo di speranza
che dell’incostanza e dell’impulso
fatica a reggere il peso

Perché una simile abitudine?
mi chiedo..

forse la noia,

la nostalgia,

il bisogno cieco di amare,
con il fisico, la mente, l’anima
lo spirito

l’assenza di quello che cerco,
per appagare i miei sensi
e appagare il mio cuore

Fammi una domanda:
vuoi tu l’amore?

rispondo
sì, lo voglio!

/

Parlo e non conosco nome
scrivo e non conosco amore
penso e non conosco te
ma appari dentro me,

immaginandoti
rivivo ricordi vecchi e nuovi

penso tu sia vera
o finta, non importa

basta amare quell’immagine
di amore

/

A mio padre
scrivo dei versi veloci

poiché mi ha insegnato
a non perdere il tempo
dietro stupidi cose

la poesia è vita
la musica lo è

io poeta
lui musicista

mi ha insegnato l’arte
di amare

e di vivere

in un fecondo turbamento
quieto e consapevole

fonte di nuova linfa
tenebrosa o vivifica
d’arte salvifica

la musica, la parola
la pittura

le arti rendono omaggio a me
a lui, alla vita
al rapporto
al bene
all’amore filiale

grazie.

/

Chiudi gli occhi,
inala l’odore delle carcasse.

Le carcasse abbandonate
che profumano di putrefazione.

L’ego ferito, cade
e ricade
ricercando disperatamente l’emozione.

Guarda l’orizzonte,
una fioca luce risplende
ed illumina le giornate uggiose.

Respira il profumo del mare,
lasciati trasportare dalle onde
annegando nell’afflizione.

Ah! La mia Tokyo!
Orfani allegri si rincorrono
giocando con le ombre
di alti palazzi traballanti.

Una certezza amara
che mi da speranza.

/

Innamorata delle possibilità,
di ciò che non accadrà,
di ciò che poteva essere e non sarà,
di eventi fortuiti,
di vita in un soffio,
di morte in un sogno,
di precarietà.

/

Continui a vedere nel cielo il dramma dell’infinito,
la continua ripetizione fino all’assurdo,
un eco di disperazione che prosciuga i pensieri.
Nuvole contorsioniste squarciano il cielo,
consumano le emozioni e rubano le parole.

/

 

Minuti ed ore incessantemente scorrono
ricordandoci di rispondere ai doveri sociali 
e lentamente ci logorano. 

Se il tempo si fermasse… 
e tu fossi semplicemente Te?
Ti sentiresti libero di viverti? 

Uno sguardo, profondo come un abisso
per mostrarti la luce, e timidamente 
scoprire la bellezza del mondo. 

La delicatezza di un’anima vissuta 
mai stanca di esplorare,
libera di esprimersi, 
capace di emozionare chi ascolta. 

Lo scorrere dei pensieri che si fondono,
e che trovano espressione in questa poesia.

Avvolgersi in un abbraccio amico,
riscoprire una travolgente passione.
Due anime che si uniscono.

L’estemporaneità di un amore.

 

/

Prendi quella nello specchio e baciala
per tutte le volte che ha scaricato macigni,
per ogni evento truccato,
per tutte quelle ferite che ha inflitto.
Sussurrale parole miti
per tutte le giornate sprecate,
per ogni macchia sulla coscienza,
per ogni cosa mai detta.
Voltati per strada a guardarla nelle vetrine,
negli specchietti delle auto veloci,
nelle pozzanghere dei temporali estivi.
Sorprendila nel cucchiaio dello yogurt,
nel riflesso negli occhi di quel ragazzo,
che nemmeno lo sa che in fondo sei misera, come ogni altro.

/

Per C.

I tuoi occhi blu incavati
mi ricordano quanto è profondo il mare.
Cammini reggendoti a stento in piedi,
ti fa male la strada
ti ha sempre ferito.
Non sai più cosa vuol dire stare dritti,
stare a tavola e mangiare bocconi sani.
Ti manca sapere che l’acqua ha un sapore.
Vorrei farti vedere che non è tutto perso,
che poche ore condivise sono una luce nella melma.
Vorrei dire ti voglio bene
vorrei alleviare le tue pene.

/

Singhiozza come di increspature equoree
al biondo grano, il brezzeggiar del vento,
onde spumeggia sui talli sinuosi,
riluce sull’afride fruscio,
e l’odor dell’or ridesta.
È un odor dipinto in gola,
diluito al pianto delle tamerici;
È la speme.
E la speme asolar si ode,
a rivestire i poggi con la poesia di Dio
a saggittarne il polline
nelle ombre degli occhi:
Dal ciglio un canto di infiorescenze,
dall’iride un asperso profumato
Dalla cornea uno sboccio di pesco,
e una tiara melissica incorona la pupilla.
Il mondo cinguetta al petto dell’ade
al timbro aligero delle rondini
Levate a beccare il costato del cielo
senza timore che Apollo le bruci.
Sembra toccarle, le amene note
Dello gentil spartito
Che in battere inspira la vita
E in levare la esala via.

/

Naufraghi nel mare dell’incertezza dei nostri giorni
viaggiatori inesperti sull’affollato vagone vita.
Temiamo il buio e veneriamo la luce
intrepidi adulatori di soggetti  inconsistenti
non tentiamo per non spiegare;
ascoltiamo per non parlare.
Un peso e due misure.
Il dolore ci appartiene,
la felicità è fugace, ci spaventa
restiamo inetti fermi al punto di partenza.

/

Nessuno saprà mai trovarne la ragione ma un giorno si svegliarono, non era un giorno memorabile o straordinario, eppure si svegliarono.

Quelle vite donate in pasto all’ordinario sentirono qualcosa: il vuoto.

Il silenzio echeggiava ma fu così eloquente da lasciar tutti senza dubbio.

Di quegli anni spesi rimanevano quattro stracci, qualche foto e poche parole sparse e  inafferrabili.

/

La tua politica non è il tuo carattere
Il tuo voto non è il tuo ideale
Il tuo leader non è il tuo messia

Votare il Carroccio non significa esserne i buoi
Seguire le 5 stelle non sempre porta a Cristo
E tutti quei ramoscelli staccati all’Ulivo hanno portato solo alla guerra

TU non sei il tuo partito
Il tuo partito non è parte di TE
Ed entrambi potreste essere migliori

/

Adesso che ho tutto il tempo per scrivere
Poco o nulla da condividere e ridere ancora meno,
Cerco un freno alle mie emozioni
Mi balzano in testa tante situazioni.
Ora che il fondo è stato toccato
E su tante cose abbiamo giocato, è il momento del conto
Ed è molto salato.
E’ un mare agitato quel che sento
Un fiume in piena la mia rabbia
Non abbassiamo proprio ora la guardia.
Eppure avremmo potuto prevenire
Ma a noi, si sa, ci piace il lento morire,
L’intelligenza l’abbiam messa a dormire
Abbiamo smesso di capire
Ora sono cazzi da digerire.
Cerco una positività in una totale negatività,
Perché in pochi e solo ora abbiamo capito la gravità…
Vorrei che tutto fosse solo un sogno,
Ma ho gli occhi aperti e non dormo.
Ora che non posso amare, non posso abbracciare,
Mi resta solo da esternare sentimenti
Contrastanti, devastanti, disarmanti..
Ma credo ancora che non saranno solo pianti
Perché poi ci porteremo dietro tanti, troppi rimpianti,
Siamo grandi cazzo, Svegliamoci e Salviamoci

/

Luce gialla all’orizzonte,
ombre vaghe nella mente,
mi aggiro in casa stupefatto,
guarda lì, c’è lo Stregatto;

ho solo voglia di sparire, di ridere e poi morire,
perché non tutte le favole hanno un lieto fine.
Sai, forse te lo dovevo dire:
il cantastorie sta per dormire.

Vado avanti alla ricerca,
di una donna, senza fretta,
il cui nome non ricordo,
e di cui non me ne farà torto.

Entro in bagno, c’è uno specchio,
che mi dà un certo effetto,
che vuoi che sia? Che mi aspetto?
Il vero me non è così diverso.

Apro gli occhi e mi ritrovo,
con la faccia sento il suolo,
mi sento così solo,
una bottiglia vedo affianco,
probabilmente ho pianto.

Mi siedo e mi accovaccio,
prendo un libro tutto sfatto,
guardo in faccia la realtà:
sono il Cappellaio Matto.

Caro idem così diverso,
almeno tu hai la tua Alice,
e sai te lo potrei dire,
che almeno tu avrai successo,
perché è una storia senza fine.

/

Mi logora ciò che non si vede:
il tentare ma non riuscire.
Mi logora il quotidiano;
alzarmi e lottare invano.
Mi logora la mia debolezza,
il nodo alla gola, le lacrime mancante
le parole mai pronunciate.
Mi logora la mia inesorabile condizione di essere umano
nella quale ogni tentativo di riscatto
ahimè
è inane.

/

Da qualche parte,
in questa tetra realtà
assidua matrice di mestizia,
potrà sorgere un empireo,
sebbene le modiche vampe
non ardino di giustizia
le ombre dei cuori erranti.
E il corrotto rilutterà,
ma sarà per la perseveranza
che la purpurea fenice
giungerà predestinata
ove l’intrinseca iniquità
dell’umana sostanza
eclisserà imperturbata.

Da qualche parte,
con la bontà e l’ingegno
di chi non avalla imposizioni,
this might be paradise.

/

Oscillo tra il mondo e l’idea del mondo,
fluttuo su un piano astratto: il vuoto.
Le parole perdono il senso,
si uniscono alla materia in una danza comica: è l’inizio della follia.
Il pensiero umano si erge verso il cielo, poi sprofonda, intrappolato nella superficie infima delle cose: è l’inizio o la fine?
Parto da un punto fermo, mi volto, oscilla!
Le strade perdono la loro identità,
divengono voragini, mi risucchiano .
Luci soffuse di notte per le strade,
un tumulto di emozioni mi assale,
una voce lontana mi chiama: è l’alba.

/

Vienimi in mente,
colpiscimi dolcemente
con infinito piacere
d’un orgasmo intellettuale.
Un piacere, assai, intimo
a figura di sintomo
dal risvolto sensuale
di struggimento ideale, e
trasforma la cupidigia,
del desiderio stigia,
nella voglia celere
d’un unione puntuale.

/

Questa è una poesia,
Che rugge
Le note dell’esistenza,
Al di là d’ogni orizzonte.
Ma la vita scivola effimera come rugiada dalla foglia, si carezza il volto
in cerca di uno sguardo
Ma mai fende il fitto
della selva tenebrosa
Al cui ombreggiare
trova ricetto il tuo spartito,
Musica clandestina
Nelle orecchie di un Dio
E vortican…
ASPÈ PERÒ…ASPÈ..
È BELLISSIMO CIÒ CHE DICI… MA NON MI SEMBRA
CHE TU LO DICA IN VERSI
…bugia…vade retro oscurantista…
MA È VERBIGRAZIA…
NON SCADA NEL TURBINIO COLLERICO…
DIR LE VOLEVO CHE QUI MANCA LA SAPIENZA DEL MUSICO, LA VISIONE DEL MISTICO, IL RITMO DEL POETA…LA SUA È VANITÀ FIGURATIVA.
POSSO RISCRIVERGLIELA IN RIGHE ORIZZONTALI,
BUON DIO, SMETTA
DI INCOLONNARMI.
Questa è una poesia, che rugge le note dell’esistenza, al di là d’ogni orizzonte.
Ma la vita scivola effimera come rugiada dalla foglia, si carezza il volto in cerca di uno sguardo ma mai fende il fitto della selva tenebrosa, al cui ombreggiare trova ricetto il tuo spartito, musica clandestina nelle orecchie di un Dio.
ROMANTICA PROSA…
Si dilegui saltimbanco…
… zang zang…
Puff… tum tumb…
io traggo la licenza di poeta
Dai nobili padri
Rutti…ancora rutti..
L amico Walt…
O Walt… quanto ti amai
Vuoi che invochi lo spirito di Allen
MAI IO VOLEVO SOLO…
Arretra demone… io sono il profeta di Tzara e Picabia
Di Filippo Tom Tom mar mar…
Il mio verso lineare…
Rozzo di un prosatore…
MA NON VOLEVO INDISPETTIRLA…MI DISP…
retro… satanasso
Prrr…retrocedi…io ti scaccio nel nome del Dada
di Pavese, e di Gregorio Corso…
Fuggi o meschino, questo è il Benedetto segno di Croce…
Brucia, via dal sole giù per le fiamme…
TAL MI FECE IL POETA SANZA PACE
VENENDOMI INCONTRO A POCO A POCO
MI RIPIGNEVA LÀ DOVE IL SOL TACE
MENTRE CH’I ROVINAVA IN BASSO LOCO
DINANZI AGLI OCCHI MI SI FU OFFERTO
CHI PER LUNGO SILENZIO PAREA FIOCO
QUANDO VIDI COSTUI NEL GRAN DISERTO
“MISERE DI ME” GRIDAI A LUI
QUEL CHE TU SI OMBRA O POETA CERTO
RISPUOSEMI: “NON POETA, POETA FUI
MA A VERSEGGIAR OR, PENSO SIA TARDI
GIÀ CHE LI PASSI CINGHIAN TEMPI BUI
…(silenzio)…
Shh shh…(sguardi attoniti..Ton ton)
O SEI TU ALIGHIERO, QUELLA FONTE
CHE SPANDI DI PARLAR SÌ LARGO FIUME
RISPUOSI IO LUI CON VERGOGNOSA FRONTE
VEDI LA BESTIA PER CUI IO MI VOLSI
SALV…
NO NOO…
A MIJ M’AVITA LASSA JI PERÒ…
MA TU SEI LO MIO MAESTRO, LO MIO AUTORE…
Tum brum brum brum
LUI CHE DANNAZIONE E QUALE FINE
RICEVETTE DAL SOMMO ‘MPERADORE
PER POETAR EMULANDO MACCHININE.?
Tu villano prosatore
Considera buffoncello di quartiere
Che io quando poeteggio suono liuti
non sono scevro mica di sapienza.
(Rispose allor secco l’ Alighiere)
FATTI VO’ FOSTE A VIVER COME BRUTI
INDEGNI DE VIRTUTE E CANOSCENZA.

PS. Questa è una poesia.

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