Ο Δημιουργός

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Assiso sullo spirito del tempo,
ove il mare allo scoglio scocca
il bacio di ventura e lì, il suo lembo
succhia il gorgo a cui ‘l tramonto abbocca
e sul nembo in una danza monta
del poeta il guardo schiuma alla risacca.

È a te scultor di Dei, che Musa sconta
come vergine invasata la castità immola
e parca volve la sua gol profonda
al moro sperma che la penna cola
e infino all’alba che divampa e affuoca
l’alba veste, nell’alcov, la vestal fila.

Rimembra ai favellanti a voce roca
che favellar poesie non è arieggiare
giacché non favella la poesia invoca
ma è l’impeto che doma il suo carnal fiatare
e in nulla fioca l’imperversar furore
che redime il verso da ogni mer parlare.

E come il narciso sbocciato, il cui odore
e venustà aromata Dio non diede in grazia
per via del suono che se ne fa latore
Così il poeta il proclamar non strazia
se l’onore suo è sol’appellativo
giacché non il nome partorì il poeta, ma il poeta il nome

E col passo a galla sul fiumeggiar del rivo
straripa un vino di rime metiste
vendemmiando lo spirito dell’attimo vivo
un succo ne stilla per il chiaror che resiste
e schivo alle tenebre il calice leva
rutilando oltre la tirannia della notte.

Orsù né lo stile, né il cupidico iride
né il filo di Atropo scioglieranno i precordi,
ma soltanto lo scintillio del coppiere
che porge al cielo il suo voto,
e nel versare alla terra, sdrucciolerà giù il chiaro di luna
impetrerà gli oceani e solverà i crinali
fino a bussare alle ctonie dee
e inchiodare il cosmo nel tartaro del proprio inchiostro.

Traviato chiunque il poeta riduce
al finito del proprio o dell’Io
Il poeta ben altro riluce:
Il poeta è l’orgasmo di Dio.

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